Shellac + Uzeda – Blackout, Roma

shellac

25 marzo 2015

C’erano tutte le premesse del caso. Doveva essere una serata da KO alla terza ripresa. Una di quelle dove molto probabilmente ci lascerai una costola una gamba o qualche altro brandello di corpo a caso. Gli Shellac, si sa – non sono certo io a scoprirlo – dal vivo non fanno prigionieri. I siciliani Uzeda poi non sono da meno e se la tirano con gli statunitensi su chi produca il maggior quantitativo di ‘rumore’. Capirete bene quindi come i due gruppi, ascoltati insieme nella stessa serata, possano produrre effetti più devastanti della nitroglicerina. A ciò si aggiunga il fatto che Steve Albini e sodali non onoravano la Capitale con la loro presenza da duemilacentonovantuno giorni, giorno più giorno meno (mentre non calpestavano l’italico suolo ‘solo’ da tre anni) e che la location inizialmente prescelta, l’Init, è stata infine sostituita con il più ampio Blackout. Scelta oculata – a parere di chi scrive – ma che ha generato alcune discussioni digitali su cui non mi soffermo, rimandandovi direttamente alla pagina facebook dell’evento, così potrete farvi la vostra personale opinione. Insomma, si presentava come una serata da KO e doveva esserlo. E cazzo se lo è stata!!! Chiedere per dubbi agli eroici folli esagitati delle prime file che, dopo un rodaggio durato 4-5 canzoni, hanno dato il la a un pogo selvaggio presto scivolato in un bagno di sudore unito a ripetuti crowdsurfing. Gli Uzeda d’altronde sono il modo migliore per scaldarsi. Ma: attenzione a rischiare di considerare i catanesi come semplici apripista. Del resto il cartellone parla chiaro: Shellac + Uzeda, non c’è nessuna band d’apertura, nessun headliner. Ci sono invece i ringraziamenti di Steve Albini per gli amici italiani, “a fantastic band, fantastic people”. E le note – affilate ossessive corpose – del basso di Raffaele Gulisano, della batteria di Davide Olivieri e della chitarra di Agostino Tilotta, unite alla voce veemente di Giovanna Cacciolari, dispiegarsi tra This Heat, Stomp e Steam, Rain and Other Stuff. Gli anni passeranno pure, le uscite discografiche saranno ferme al 2006 ma la potenza sonora degli Uzeda non accenna a declinare. Un po’ come gli Shellac. (E no, mister Albini, non stai diventando un “old man”, tranquillo). Che, anzi, dal vivo sprigionano un fragore che il supporto fisico che va sotto il nome di cd riesce a catturare solo in parte. Secondo me. Allineati sul palco alla stessa altezza, con la batteria di Todd Trainer avanzata e ben visibile al centro della scena e il basso di Bob Weston e la chitarra di Steve Albini ai lati, a mo di alfieri, tutti e tre pronti alla loro personale e ideale battaglia, affondano il primo colpo pescando nel loro passato (My Black Ass). Il set è ovviamente sbilanciato a favore dell’ultimo Dude Incredible (Surveyor, l’omonima, Complaints per esempio) ma non possono mancare alcuni classici del terzetto (Dog and Pony Show, Squirrel Song, The End of Radio) e quello che forse rappresenta il climax della serata, quella Prayer to God già di suo così lancinante e qui resa ancora più penetrante dalla ripetizione angosciosa e asfissiante di “Fucking kill him“. La tensione cala a metà perfomance, con una dilatata, ripetitiva, Wingwalker. “Look at me, I’m a plane, a plane“, con le braccia tese all’indietro di Albini e compagni. Ci preparano alla volata finale. Un uno-due secco, Shoe Song e All the Surveyor. E buonanotte. Anzi no, l’ultima emozione è extramusicale: come una band esordiente qualunque si smontano gli strumenti (!!!) e si prestano al rito delle foto e degli autografi con una disponibilità assoluta che mi ha lasciato a dir poco stupefatto. Unbelievable. Grazie e alla prossima.

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