Arcturus – Planet Live, Roma

Arcturus

26 giugno 2015

Venerdì 26 giugno 2015 si è consumato uno dei ritorni live più attesi della scena metal: quello degli Arcturus. Certo, dopo l’annuncio dell’agognata reunion c’era già stato un concerto in Italia, ma la scelta della location (Gualtieri, in provincia di Reggio Emilia, ridente paesino di neanche settemila abitanti che si affaccia sulla sponda sud del Po) probabilmente non ha reso la vita facile a molti fan.

Una più accurata – seppur disorganizzata – selezione dei locali in cui avrebbero suonato nel loro tour a sostegno del nuovo album gli ha sicuramente permesso di suonare di fronte a molte più persone. Mi arrischio a definirla disorganizzata poiché prima vennero annunciate due date a maggio, al Locomotiv di Bologna e al Colony di Brescia. Dopodiché è stato paventato per qualche giorno l’annullamento della data a Brescia, per poi venire semplicemente posticipata a fine giugno con l’aggiunta di una data a Roma, dichiarata inizialmente all’Orion di Ciampino, poi trasformatosi in Init, e che è stata spostata, infine, giusto qualche giorno prima dell’evento, al Planet, una discoteca romana – evidentemente gli altri locali non erano abbastanza tamarri per poter sopportare l’esecuzione del primo singolo del nuovo album, The Arcturian Sign.

Malgrado la soap opera e l’ennesimo sciopero di ventiquattr’ore indetto dall’ATAC per evitare di lavorare troppo durante il fine settimana, un buon numero di spettatori è presente all’orario di inizio prospettato dagli organizzatori. Il primo gruppo, i Chronic Hangover, si trova già sul palco, ma bisogna attendere altri tre quarti d’ora prima di poterli sentire suonare. La giovane formazione romana si lancia nel suo misto di hard rock e crossover già potuto gustare al concerto di spalla ai Perversion 99 quasi un mese prima, ma i tempi già contingentati li costringono a tagliare la scaletta e a lasciare la scena molto presto.

I Misantropus sono il secondo gruppo a salire sul palco. Formati dai due fratelli Alessio e Vincenzo Sanniti nel lontano 1998, propongono una sorta di doom metal completamente strumentale con inserzioni tendenti allo stoner rock. Chitarra, basso e batteria, nessuno al microfono, neanche per presentare il gruppo, per salutare, per annunciare le canzoni… un gruppo talmente old school – si fa per dire – che non ha neanche una pagina Facebook e la cui unica presenza sui social network è rappresentata da una mini biografia su VillaggioMusicale.com. Oltre ad un Alessio Sanniti un po’ tentennante che in via straordinaria annuncia la presenza di un loro banchetto del merchandising in fondo al locale, l’unico collegamento tra gli artisti e il pubblico rimane la musica, e tutto sommato non è così male. L’unica riserva è che, probabilmente, il doom metal non è esattamente il genere più adatto ad una proposta unicamente strumentale.

Gli Stormlord sono probabilmente tra i gruppi italiani più adatti ad aprire agli Arcturus: tutto sommato entrambi hanno radici ben piantate nel symphonic black metal. La band ha ormai raggiunto una notorietà invidiabile, la musica è carica di energia e la loro capacità di trascinare il pubblico durante i live è indiscutibile. Tuttavia, qualche problema non trascurabile finisce per macchiare la loro performance: della prima canzone si sono sentite praticamente solo la batteria e il basso, entrambe coi volumi altissimi, voce e tastiera solo in sordina e le chitarre neanche attaccando l’orecchio alla cassa. Già a partire dalla canzone successiva le cose sono migliorate, ma ogni tanto sembrava che una delle due chitarre sparisse, probabilmente a causa dei cosiddetti jack wireless agli strumenti: uno dei due doveva avere le batterie scariche, visto che all’ultima canzone suonata, un chitarrista ha staccato un jack qualsiasi dai pedali che aveva a disposizione e lo ha attaccato alla sua chitarra.

Infine, dopo un album non del tutto soddisfacente, è arrivato il momento che tutti avevano atteso con ansia sin da quando era stata annunciata la reunion: gli Arcturus live. Il gruppo norvegese si presenta sul palco come da foto promozionali: mantelli fiabeschi e occhiali da pilota di aerei della prima guerra mondiale. Il tutto riesce a rendere visibile in un certo qual modo l’atmosfera grottesca che la loro musica ha sempre trasmesso. Il concerto non è sicuramente stato dei migliori, a causa soprattutto del volume delle grancasse della batteria decisamente troppo alto, tanto da non far sentire quasi nient’altro quando Hellhammer iniziava ad usare il doppio pedale. Avrebbero dovuto lasciare i microfoni dove stavano e spostare lui un paio di metri indietro. Oltretutto, nonostante ICS Vortex sia un eccellente cantante e forse l’unico in grado di sostituire Garm, probabilmente neanche lui è in grado di riprodurre perfettamente quel timbro quasi ‘gallinaceo’ che contraddistingue il cantante degli Ulver, ex Arcturus e Borknagar, nel periodo di La masquerade infernale e The Sham Mirrors. E forse lo stesso Vortex si sente a disagio a non cantare senza avere un basso in mano, come quando segue in tour i Borknagar, visto che tiene le mani rigorosamente in tasca o va a bere qualche sorso di un super alcolico non meglio identificato ogni qualvolta non deve cantare.

Tuttavia, a dispetto di molti dettagli non trascurabili e migliorabili – soprattutto la (dis)organizzazione, la (in)decisione del locale e lo squilibrio dei volumi – rimane sempre una grande emozione uno di quei gruppi che, almeno in passato, è stato tra i più sperimentali in ambito metal. E rimpiango di non essere stato adolescente a fine anni ’90, così da essermi perso gli Arcturus live con Garm alla voce.

PS: mannaggia ai dipendenti dell’ATAC.

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