Rock, ricci e fantasia: intervista ai Moustache Prawn

Moustache Prawn

Dopo i riscontri positivi di Biscuits, sono arrivate anche le prime conferme con Erebus: i Moustache Prawn, con il loro indie rock contaminato e dal sapore british, faranno saltellare la Penisola (e non solo) ancora a lungo.

Raccontateci un po’ Erebus. Sono passati quattro anni da Biscuits, cos’è cambiato nella vostra vita di artisti?

Si in effetti dall’uscita di Biscuits sono cambiate tantissime cose, a partire dalle influenze. Col passare degli anni abbiamo maturato una certa propensione alla dissonanza e alle armonizzazioni delle voci, così per certi versi Erebus è probabilmente un disco più complesso del primo.

Sentite di essere cresciuti?

Probabilmente si. Dopo che passi tanti anni a suonare con i tuoi amici sviluppi una certa affinità di pensiero che si è evoluta col passare degli anni. Adesso abbiamo le idee molto più chiare.

Quali sono i punti di continuità rispetto al vostro primo disco?

Non abbiamo abbandonato la nostra vena più orecchiabile e pop. Anche in Erebus ci sono brani più morbidi, come Eating Plants, Goodbye Zero e Natural Habitat che, per certi versi, ricordano un po’ le atmosfere di Biscuits.

Erebus racconta, con la musica, il romanzo scritto da Leo, L’isola degli Skratz. In breve, qual è la storia di cui parlate?

La storia è un misto tra narrazioni d’avventura, fantascienza e situazioni surreali. Parla di noi tre, in un arcipelago dell’Antartide, mezzi uomini e mezze bestie, che lavoriamo come schiavi per degli scienziati che modificano la genetica degli animali. Ad un tratto compare un ammasso granitico dal profondo dell’oceano, e noi veniamo catapultati su questa nuova isola per far luce sul mistero. Troveremo degli abitanti un po’ particolari che si occupano di salvaguardare l’equilibrio del pianeta.

In generale, parlate spesso di natura e animali. Voi stessi dite di esser “venuti fuori dal mare” in una simpatica presentazione su Facebook.  Questo perché siete dei buoni pugliesi o avete problemi con gli esseri umani?

Siamo sicuramente dei buoni pugliesi. Quando eravamo piccoli andavamo spesso a caccia di ricci e di cozze pelose e di polpi da arricciare. Abbiamo il mare a due passi. Con gli esseri umani nessun problema, in generale molti di loro sono nostri amici.

A parte gli scherzi, L’isola degli Skratz – e quindi anche Erebus – sono lavori che trattano temi interessanti ed attuali. Siete mossi da un sentimento ambientalista o animalista?

In parte si. Certo non siamo dei fanatici dell’ambiente, ma è una tematica che ci sta molto a cuore, specialmente la salvaguardia del pianeta. La Terra è veramente un posto incredibile e unico, stiamo sondando i cieli da secoli per cercare pianeti simili al nostro ma fin ora non abbiamo trovato nulla di simile. La Terra sembra davvero una rarità, un diamante planetario né troppo caldo e né troppo freddo, perfetto, per la posizione in cui si trova, per la varietà delle specie e degli ambienti che offre. L’uomo ha fatto delle cose altrettanto straordinarie ma alcune volte utilizza il proprio ingegno per delle cose stupide, che distruggono i luoghi in cui vive. È ciò che abbiamo voluto raccontare, in maniera fantastica, nel concept del disco.

Sentite di poter definire ‘impegnato’ il vostro ultimo disco?

Probabilmente abbiamo parlato di tematiche impegnate, come il rispetto per gli animali e per l’ambiente, e speriamo che ci sia qualcuno che abbia colto il messaggio, ma il nostro intento era principalmente quello di raccontare una storia di fantasia nel modo che ci veniva più naturale, parlando delle cose che ci interessano e raccontandole attraverso la musica, la scrittura e il disegno.

Erebus è un disco di ben tredici tracce per quasi cinquanta minuti totali. Come mai questa scelta, considerato questo momento, in cui la durata dei lavori discografici si sta mediamente riducendo?

A dire il vero stavamo per registrare anche più brani. Ne avevamo circa una ventina prima di entrare in studio, ed è stata dura escluderne alcuni. È vero, la durata media dei dischi si sta riducendo moltissimo, soprattutto nel mondo delle band emergenti ma anche ad alti livelli. Noi non potevamo fare un concept album e raccontare tutte quelle cose in trenta minuti. Comunque nel terzo disco recuperiamo e lo facciamo super corto.

Ritenete che questo fattore possa incidere sulla buona riuscita di un disco?

Per noi non conta tanto la durata quanto il contenuto di un disco. Se un album è bellissimo e dura troppo poco non mi sazia, sono triste perché vorrei che durasse di più e ciò mi spinge ad ascoltare un altro lavoro di quell’artista. Questo è il vantaggio di un disco breve. Il nostro disco in realtà non è lungo. Sembra che dura tanto perché alla fine dell’ultima traccia c’è una ghost track e circa 10 minuti di rumori di vento, mareggiate e palazzi che crollano. Per noi 40 minuti è la durata giusta di un album.

…e tra l’altro, è anche di difficile classificazione. Come definireste il vostro genere musicale?

Molti dicono che abbiamo fatto un disco prog. Noi di prog non ci abbiamo mai capito nulla. Certo ci piacciono i Gong, ma le nostre influenze maggiori sono completamente lontane da questo genere musicale. Ogni volta che ci chiedono che genere facciamo noi diciamo ‘roc’ così è sicuro che non sbagliamo.

Un’ultima piccola curiosità su Erebus. Avete davvero utilizzato quaderni, stetoscopio e Fingrophone?

Si si, era necessario inserire queste cose nel disco se no rimanevamo scontenti. Merito è stato anche del nostro fonico Graziano Cammisa che ci ha incoraggiato a registrare le cose più impensabili.

Come nasce quest’idea?

Fingrophone è un app dell’iPhone, una specie di theremin. Siccome non avevamo questo strumento ma ci serviva in un punto preciso del brano (Goodbye Zero), abbiamo dovuto sfruttare la tecnologia delle App per cellulari e trovare un suono che gli somigliasse. Lo stetoscopio ce l’aveva Graziano in studio e ce l’ha incollato nel pomo d’Adamo registrando i nostri gorgoglii mentre facevamo finta di strafogarci con le molliche di pane.

Parlando di concerti, invece… Com’è stato suonare ad Alberobello, nello stesso posto in cui avete registrato Erebus?

È stato uno dei nostri concerti più belli e meglio congegnati. Avevamo preparato un visual con proiettore e lampade colorate. È stato bellissimo, il pubblico è salito sul palco e ha cantato i nostri brani.

Continuerete a presentare il disco con l’aiuto dei disegni?

Certo, quando ne avremo la possibilità lo faremo di sicuro, anche perché i disegni sono bellissimi e non smetteremo mai di ringraziare Marco Cito, l’artista di Lecce che ha curato l’artwork di Erebus, per la pazienza e per il tempo che ha dedicato al progetto.

Leo, sul palco, dà l’impressione d’esser una persona molto seria, al contrario di Ronny. È davvero così?

In realtà Leo ha un problemino a parlare con il pubblico. Stiamo considerando l’idea di pagargli qualche seduta dallo psicologo. Per fortuna c’è Ronny che riesce a gestire la situazione e a creare un filo tra musicista e spettatore. È importante che non siano barriere e che il pubblico partecipi in maniera attiva al concerto.

Sia per la scelta dell’inglese, sia per una questione di sound, potreste tranquillamente calcare palcoscenici internazionali. Ad oggi, vi sentireste pronti, vi piacerebbe?

Certo che ci sentiamo pronti, anzi non vediamo l’ora! Abbiamo già suonato all’estero quattro volte, ad Amburgo, a Berlino, a Liverpool e a Londra. A Settembre di quest’anno faremo finalmente un tour di dieci date in Europa a bordo di un camper preso in affitto. Speriamo di non rimanere a terra come al solito.

Prima di salutarvi, qualche curiosità su di voi. Siete molto giovani: studiate o fate altri lavori?

Leo si è laureato in Lingue da poco, Ronny studia anche lui Lingue mentre Giancarlo lavoro occasionalmente come aiuto cuoco in un ristorante. Ci piacerebbe vivere solo di musica ma questa purtroppo è solo un’utopia.

Quando pensate al vostro futuro, pensate che la musica possa essere il vostro lavoro?

Magari! Stiamo facendo di tutto per diventare ricchi e famosi ma la strada da percorrere è ancora lunga.

C’è una band a cui vi ispirate o che abbia esercitato un po’ di influenza su di voi?

Le band che ci hanno più influenzato in questo disco sono i Grizzly Bear e i Plof. I primi sono super famosissimi, i secondi sono dei nostri amici di cui sentirete presto parlare perché a breve esce il loro primo disco. Altre band di riferimento sono i Neutral Milk Hotel, i Fugazi e i Flaming Lips.

Qualche domanda da pugliese. Qual è il vostro giudizio sulla scena musicale pugliese?

Vi daremo la risposta che diamo a tutti quelli che ci fanno questa domanda. In Puglia stiamo messi veramente bene. Ci sono tantissimi gruppi validi e parecchi posti in cui suonare e la situazione musicale pugliese è invidiata quasi dappertutto. Certo, molte cose possono essere migliorate, ma c’è tantissima gente appassionata che lavora nel settore e crea circuiti molto interessanti.

Quanto siete legati a questa terra e quanto vi ha dato l’ambiente all’interno del quale siete nati e state crescendo?

Di sicuro il luogo in cui siamo cresciuti ci ha influenzati molto, in Puglia ci sono davvero tante possibilità per emergere e la gente ti sostiene in ogni modo. Siamo molto legati alla nostra terra, ma stiamo cercando di portare la nostra musica oltre i confini regionali.

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