My two cents#26

In questo numero: Luigi Porto, About Wayne, Thank U for Smoking, Felpa, Infection Code, The Shak & Speares, Superbox (*_°), Cosmetic,  MOOSTROO, Il Cane

a3637765398_10 (FILEminimizer)Luigi PortoScimmie (Snowdonia/Cineploit, 14 t.)

Tre di tre. Per una vita, quella di Luigi Porto, in cui la sperimentazione è il proprio pane tanto singolarmente quanto con i Maisie, cotanta scelta corrisponderebbe quasi ad un’ulteriore sfida. O forse non del tutto: Scimmie non è solo il primo disco pubblicato a suo nome, ma la ferma e decisa scelta di fare propria, non necessariamente limitandosi ad una dimensione d’essai, parte di un patrimonio artistico sotterraneo da riscoprire, quel L’evoluzione delle scimmie, firmato Romano Scavolini. Tre pièces di musica contemporanea in cui nella sinergia tra analogico e tecnologico si legge una fedelissima interpretazione di ogni scena, in particolare nei momenti clou, come nel caso di Monodia del pusher, un equilibrio in due parti tra silenzio e rumore, assenteismo elettronico ed espedienti free, lo sguardo rivolto verso Oriente di Le vespe e soprattutto la gotica, maestosa, tra ambient e rumorismo, ouverture della title track, all’interno di un labirinto che ingloba voci da soprano (Carmen D’Onofrio ne Il parco e nell’Ave Maria russo Bogoroditse Djevo), rapper fuori dagli schemi (Mr. Dead in Distaste II, ideale contraltare di una prima parte spezzettata, da camera, sorretta da un intenso quartetto d’archi) e portatori di canti di protesta (Rudi Assuntino nel climax fatto di ticchettii di Cecilia o la danza spinata). Quanto basta per ritenere Scimmie un’opera non facile da masticare, ma tale da meritare più di un’attenzione, un’ulteriore felicissima eccezione alla regola tipica di casa Snowdonia. Gustavo Tagliaferri

About Wayne - BagarreAbout WayneBagarre (Goodfellas, 12 t.)

La cosa più facile eppure la più difficile: ascolti un disco e ti piace. Ti piace senza compromessi, senza tutte le scuse e le frasi di rito. Gli About Wayne ritornano con un disco puramente rock, esaltante e piacevole. L’inizio è fragoroso e la cinquina iniziale non lascia un attimo di respiro spingendo subito sull’acceleratore, ma con tanto gusto. Potenza e melodia si dividono equamente la scena, il resto lo fanno arrangiamenti curatissimi e una bella qualità sonora. Emergono il singolo Where No One Goes ed una The Chase che, una volta arrivatici, lascia intuire di cosa si stia parlando. Si riprende fiato con l’acustica Riverside, che evoca polverose pianure western e divide idealmente il disco in due parti. Infatti da qui si rallenta leggermente, le atmosfere si dilatano e lasciano spazio alle emozioni di brani come Son of a Man, che non sfigurerebbe in un album dei Pearl Jam, e ballate in crescendo come Charger 69. Certo, c’è tanto rock americano in questo disco, si pensa subito ai Foo Fighters, ai Pearl Jam e forse un po’ ai Black Rebel Motorcycle Club nella conclusiva Prayer#2. Ma quello che colpisce di di un disco simile è l’onestà di dodici pezzi semplicemente belli. Daniele Bertozzi

Thank U for Smoking - YomiThank U for SmokingYomi (Autoproduzione, 9 t.)

Tracciare in maniera spigolosa la perdizione della propria anima attraverso lo spazio ed il tempo, quasi a dare un tono poetico al tutto. Un dato di fatto per i Thank U for Smoking, dal momento che se Dopo la quiete rappresentava un esempio lapalissiano, un’immersione onirica all’interno del cosmo, Yomi è un ritorno alla terra, un grido disperato e primitivo che prende forma attraverso un’evoluzione del proprio suono verso qualcosa di maggiormente roccioso: un post-rock alla cui componente noise, tipica della sotterranea Il digiuno dei Kami, si accompagna la necessità di trarre ispirazione da svariate correnti metal, vedesi il doom della strumentale Karma o il disturbante crescendo di π, dove i sassofoni di Luca Tommaso Mai (Zu, Mombu), fedeli al loro avanguardismo, portano ad un climax tale da mandare a nozze caos ed ordine, mentre la voce di Aurora Atzeni, già affascinante nella sua passata trasparenza, si fa angelica e spettrale allo stesso tempo, come dimostrato dalla preghiera ultraterrena di Xu e dagli arpeggi ossessivi di una Infinito \\ Omega ai confini del gotico. Tanto che la componente sognante non scompare del tutto, in quanto espressa dai riverberi facenti da ponte levatoio ad una ninna nanna per glockenspiel suonata dal chitarrista Valerio Marras, nella conclusiva L’ultima cortesia di Yama. Di fronte ad uno scenario del genere i dubbi si sprecano: Yomi non è un semplice album, è un viaggio al quale abbandonarsi senza cedere nemmeno per un secondo. Ineccepibile. Gustavo Tagliaferri

Felpa - PauraFelpaPaura (Sussidiaria, 10 t.)

La paura che fa da cornice a questo album è molto forte, così tanto da rendere difficile la distinzione tra le note in cui la si può avvertire e in quali no. Daniele Carretti, già chitarrista degli Offlaga Disco Pax e dei Magpie, rinnova la sua esperienza solista con lo pseudonimo di Felpa. Paura risulta essere un deciso passo in avanti rispetto al precedente Abbandono, per quanto entrambi i lavori siano accomunati da una vena malinconica che sconvolge ogni composizione. Riverberi, suoni di chitarra sognanti, voci ovattate ed atmosfere psych/shoegaze ci riconducono a dei maestri assoluti di determinate sonorità come gli Slowdive. In risalto vi è anche una lampante volontà ccantautoriale, particolarmente marcata in Stanotte, e ne si ha la conferma proprio in Rimmel, cover del famosissimo brano di Francesco De Gregori (presente nell’EP Inverno che ha anticipato il disco). Daniele, non aver paura! Lorenzo Landriscina

Infection Code - La dittatura del rumoreInfection CodeLa dittatura del rumore (Argonauta, 7 t.)

Il metal come linguaggio attraverso cui stravolgere la realtà circostante ed al contempo mantenere un diretto contatto, donando una visione propria del passato come del presente. Agli Infection Code, da quindici anni sulla cresta dell’onda, non si può dire che manchi il coraggio: La dittatura del rumore, per essere il loro quinto disco in studio, è un lavoro che, nel suo osare molto, centra il bersaglio. Ripartire ponendo al centro di tutto gli anni di piombo significa accompagnare a delle basi memori di certo industrial dei primordi un’evoluzione a tutto tondo a livello di suono, sorretta dalla resa della voce di Gabriele Oltracqua, un mantra demoniaco e strozzato che ha inizio con il post-hardcore lisergico e colmo di psichedelia di Miasma e finisce con il serrato armageddon electro-heavy di Omniasuntcommunia, abilmente lavorati dal bassista e tastierista Enrico Cerrato. A coadiuvare il tutto la possente ribellione screamo-death di Lottacontinua, la siderurgica e sludgeiana Profondopiomborosso ed il tocco luciferino dei riff disperati di Maledesistere, quasi a reggere uno stato di grazia riscontrabile nell’onirica Vuotavertigine, momento maggiormente melodico del lotto, e nel ricordo colmo d’ira di Sacco e Vanzetti, nelle parole di Gian Maria Volonté, de Ilsensodellacondanna. Specchio di un panorama che lascia intuire che se La dittatura del rumore” è questa, è da considerare più che necessaria, al giorno d’oggi, da contrapporre ad una democrazia permeata di cloni. Galvanizzante. Gustavo Tagliaferri

The Shak & Speares - DramedyThe Shak & SpearesDramedy (Freakhouse, 9 t.)

Il ritorno dei The Shak & Speares ha di nuovo il sapore di libertà espressiva, vivacità punk à la Gogol Bordello e poca voglia di prendersi sul serio. Dopo il debutto Gagster, che li ha portati a chiudere la tournée a Londra in compagnia di Vic Godard e Paul Cook (Sex Pistols), ecco un lavoro tragicomico: Dramedy. Non si poteva scegliere titolo migliore per un disco in cui il contrasto tra un clima festoso e un clima più teso si mescolano in un attimo: tragedia e commedia in un’unica danza (Courtney Is Dead, ad esempio). Nove tracce le cui sonorità rimangono fedeli alle scelte fatte nel primo disco (in maniera riduttiva, per chi non li conoscesse, lo si può definire un mix tra punk, folk e ska), con uno special guest d’eccezione, ovvero proprio quel leggendario punk-pioneer inglese che risponde al nome di Vic Godard. Dramedy è un album orecchiabile, danzereccio, energico, contagioso, solare e curativo. Godetevelo! Carmelina Casamassa

Superbox (*_°) - UnoSuperbox (*_°)Uno (Autoproduzione, 5 t.)

Un epilogo non sempre è accompagnato dalla chiusura di un sipario, ma può essere l’equivalente dell’apertura di un portone, una volta chiusasi un’esperienza piena di soddisfazioni, come si era intuito da dischi come La fine del potere. Gli Eildentroeilfuorieilbox84 sono morti, lunga vita ai Superbox: nome differente, stesso cuore pulsante, quello di tre romani la cui rinascita eleva all’ennesima potenza, al ritmo di un brano al mese, la forza delle intricate costruzioni sonore che li hanno sempre caratterizzati. Uno, come da titolo, è un EP che riassume i primi cinque mesi di cotanta ripartenza, denotando come, di lavoro in lavoro, i ragazzi non si perdano d’animo nell’ingranare, passando dai sette minuti di ritmiche serrate attraverso cui lasciarsi ipnotizzare dal Medio Oriente vedendolo in un’ottica subacquea di Orijenes al folle vaudeville corale madido di punk di Non torno a casa, da Regina, figura tracciata attraverso una spaziale e frenetica allucinazione in levare, con tanto di raggamuffin distorto, alle campane che preannunciano la vivacissima festa di paese de La sagra, fino agli stralci di telecronache di Tutto molto bello, inno all’omonimo torneo autunnale tra label con il contributo di Federico “JolkiPalki” Camici. Delle sorprese multicolore che danno il giusto lustro a quello che, per i nostri, è un signor nuovo inizio. Benvenuti, Superbox (*_°). Gustavo Tagliaferri

Cosmetic - NomoretatoCosmeticNomoretato (La Tempesta, 12 t.)

Nomoretato è il suono (a detta del frontman della band) che fa la vita di ciascuno di noi quando scegliamo di essere scegliamo di essere autentici, senza curarci di nulla. È così che è stato intitolato l’ultimo disco dei Cosmetic ed uno dei brani in cui si fa riferimento alla necessità di dare la vita per qualcosa per cui ne vale la pena. L’opener è Venue, che a fine disco, può sembrare quasi una mossa strategica, in quanto un verso del testo viene ripreso in Rocapina mentre gli accordi fanno nuovamente capolino in Crediti, e ciò può dare un senso di familiarità nell’ascolto. Si passa dal classico pezzo alla Cosmetic (Bordonero) ad un sound minimalista (Non ritornerò) ad una strumentale che si estranea totalmente dal resto del lavoro (Reprise). Di facile ascolto ma non convenzionale, l’album (meno ruvido e cupo rispetto al passato) attinge a certi panorami alt-rock e pop, permettendo alle distorsioni shoegaze del primo periodo di passare in secondo piano. Purtroppo, però, a brani come la polistrumentale Voragini (il maggiormente riuscito) se ne affiancano altri incapaci di comunicare. Un buon disco che però non spinge a ripeterne l’ascolto. Carmelina Casamassa

MOOSTROO - s/tMOOSTROOs/t (Autoproduzione, 9 t.)

Un agglomerato di materia dai somatismi cagneschi, una montagna colante di viscidume dove la neve è equiparabile a bava e sudore, certamente un insolito ibrido quello dietro il quale celare il nucleo del proprio linguaggio sonoro. Ma non ci sono dubbi che la creatura denominata MOOSTROO sia questo ed altro, specialmente se la sua ubicazione è riscontrabile nel bergamasco, da parte di un trio capeggiato da Dulco Mazzoleni. Lo spirito attraverso cui interpretare un simile full length omonimo d’esordio non è permeato solo di rock, quanto soprattutto di blues e delle sue molteplici e possibili interpretazioni, sorrette da una voce, appartenente allo stesso Mazzoleni, pulita, greve, sporca, le cui sfumature non passano inosservate: che il proprio repertorio sia colmo di elettricità, come in Autocomplotto, memore del Rossofuoco canalesco, ma anche pacato, di ispirazione southern, per quel che riguarda LPS, caratterizzato da un’indole cantautoriale, da Umore nero ad Underground, distorto ed allucinato per l’arringa de Il prezzo del maiale, incalzante e intriso di rock’n’roll per Silvano Pistola o persino cadenzato quando si tratta di rappresentare la preghiera blasfema e granitica del Valzerino di provincia, se non la danza macabra di amore ed odio di Bacio le mani e il suicidio dal sapore cosmopolita di Mi sputo in faccia, quel che si ha davanti è un lavoro di alta caratura, espressione di un linguaggio crudo che, fortunatamente, ancora mostra segni di vita. Un MOOSTROO da non temere affatto. Gustavo Tagliaferri
Il Cane - BoomerangIl CaneBoomerang (Matteite/Moscow, 11 t.)

Dovendo delineare un adeguato profilo per uno come Matteo Dainese, non si può certamente dire che, con il monicker Il Cane, sia un musicista dall’indole stagnante. Dopo lo scatenato Risparmio energetico, chiunque si sia aspettato dal nostro un disco su quella falsariga è possibile che rimarrà deluso: Boomerang, suo terzo disco in studio, in tema di stesura di brani, vira verso territori maggiormente calmi, dove alla base di tutto c’è l’elemento acustico, ma senza perdere il tocco che lo ha caratterizzato fino ad ora. E così oggi Il Cane, oltre alle vibrazioni elettroniche di Maledizione, i vagiti drum’n’bass de Il premio e l’euforico, spiazzante e tribalistico rock di Cuscino rosso, godibilissime prove della permanenza del suo lato folle, si muove tra ballate (Spettri), occhieggiamenti ad un pop visto attraverso molteplici prospettive (l’armonia di Vero e il caos di Panico) e minestroni di folk, il post-rock più intimo e le melodie dei primi Talk Talk (Al tuo tempo), dà luogo a composizioni intrise di brio ed al contempo incalzanti, farcite di espedienti settantiani (Alla grande), si lascia andare ad isolati spoken word su ritmi cadenzati (Lacrime) e sintetizza il meltin’ pot risultante una volta giunto alla fine del suo percorso (Sconosciuti). Una svolta che non può che fare bene, tale da riflettere un’ecletticità in continua crescita nella persona di Dainese. Per di più con altrettanti ospiti di tutto rispetto come Egle Sommacal, Ilaria D’Angelis ed Enrico Berto. Gustavo Tagliaferri

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