Solefald – World Metal: Kosmopolis Sud

Solefald

Solefald - World Metal: Kosmopolis SudCD/LP – Indie, 8 t.

Vent’anni di costante ricerca musicale hanno portato i Solefald a pubblicare World Metal: Kosmopolis Sud, il cui titolo è già di per sé una dichiarazione d’intenti. Gli orizzonti abbracciati dal duo norvegese durante la sua carriera sono stati immensi, ma nessuno dei loro precedenti lavori riuscirebbe probabilmente ad eguagliare l’ampiezza del loro ultimo, visionario album.

Volendo definire in breve la cosiddetta world music come un amalgama di influenze musicali, folk e non, spesso provenienti da tradizioni e culture diverse, la definizione world metal è di quanto più vicino alla realtà si possa immaginare per descrivere quest’album. A partire dalla prima traccia, World Music with Black Edges, e dal suo testo estremamente autoreferenziale – come solo un’opera avanguardistica può essere – si comincia ad esprimere il desiderio di voler ‘tornare alla fonte’, di creare un ponte tra Africa, ‘la madre delle specie’, e fiordi norvegesi. Ciò inserisce l’album in una concezione musicale transnazionale – testimoni anche le varie lingue utilizzate dai due cantanti –, diametralmente opposta ai patriottici esperimenti simil-viking di Red for Fire: An Icelandic Odissey Part I (2005) e Black for Death: An Icelandic Odissey Part II (2006). Il crossover ideologico si spinge anche in ambito musicale, portando ad una stretta unione due generi musicali talvolta considerati pressoché antitetici: musica metal ed elettronica. Il rischio di trasformare un interessante miscuglio di generi in un guazzabuglio indistinto viene per fortuna scongiurato da un ottima abilità nel gestire sia l’ordine delle tracce, che i passaggi da un’influenza all’altra all’interno della stessa canzone. 2011, or a Knight of the Fail, canzone ispirata dalla strage di Utøya perpetrata da Andres Breivik nel luglio 2011, ne è un esempio calzante grazie alla sua anima a metà tra rock, stoner e doom che ben si coniuga con la parentesi elettronica finale.

La terza traccia Bububu Bad Beuys, sulla falsa riga di quanto fatto in Norrøn livskunst (2010) con Tittentattenteksti, può assurgere ad emblema di quest’ultimo nuovo album. Il testo composto da versi sostanzialmente insensati (e cantati in un simil-scream) si svolge su di una base che spazia dalle classicissime chitarre a zanzara a ritmi decisamente più cadenzati, accompagnata da percussioni minimali alle quali si aggiunge dell’elettronica verso la seconda metà della canzone; tutto ciò pone il solito dubbio amletico: genio sopraffino o sregolatezza totalmente fine a se stessa? L’impressione è che solo il tempo possa rispondere a questa domanda, o trasformando quest’album in un lavoro pionieristico da cui nascerà un nuovo genere – magari anche chiamato world metal, sulla falsa riga di quello che successe a suo tempo con Epicus Doomicus Metallicus dei Candlemass e Death by Metal dei Death –, oppure condannandolo a rimanere un’esperienza onanistica dell’ascolto del quale ci si potrà vantare per dimostrare la propria presunta apertura mentale.

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