Scisma – Monk, Roma

scisma

24 ottobre 2015

“Stiamo volando” [cit. post-concerto]

Davvero. È stato un volo alto, altissimo. E – due giorni dopo – non accenna ancora a placarsi.

Oltre un decennio dopo l’ultima uscita discografica e l’ultimo concerto, dal palco del Monk gli Scisma ribadiscono un concetto che è sempre stato chiaro a una fortunata e felice nicchia di appassionati e critici: negli anni ’90 c’erano anche loro; loro che hanno pubblicato due dischi fondamentali nel panorama musicale tricolore (è necessario dire quali?) e che ciò nonostante hanno raccolto meno di quel che meritavano; e che soprattutto da allora, 1999, anno di pubblicazione di Armstrong (ecco, uno ve l’ho detto), poco o nulla è stato pubblicato in Italia che possa rivaleggiare in bellezza con la loro produzione artistica.

E lo fanno senza mostrare la forza dei muscoli, bensì con la poeticità delle loro composizioni. Ancora ora nel ripensare al concerto di sabato avverto una scarica che parte dai piedi e arriva su, alle spalle, alla testa. E vibro, e fluttuo nell’etere, e ondeggio la testa, e allargo le braccia, e giro su me stesso. Diciamolo chiaramente. Ho assistito uno dei migliori concerti della mia breve esperienza da frequentatore di palchi musicali. Poche altre volte sono tornato a casa così leggero e al tempo stesso così pieno. La leggerezza e la pienezza della bellezza. Semplicemente gli Scisma in concerto quando ormai nessuno ci sperava più.

E sono certo di poter dire che non dipenda dall’evento in sé. Ero presente al ritorno live del Santo Niente e degli Estra, e per quanto li apprezzi, e per quanto abbia apprezzato quei concerti (nonostante l’Init…), non mi hanno provocato le stesse sensazioni del ritorno – insperato fino a qualche tempo fa – dei lombardi, un decennio e più dall’ultima volta. I motivi? Chissà. Anche se un indizio, l’unico, ce l’ho. Ed è la magia sprigionata dalla loro interazione su quel benedetto palco.

La voce eterea di Sara Mazo e la sua figura fatata, quasi immateriale; la poetica eccentricità di una figura più unica che rara, una delle poche a potersi fregiare del titolo di artista, che risponde al nome di Paolo Benvegnù; la preziosità del basso di Giorgia Poli; l’essenzialità delle tastiere di Michela Manfroi; la necessità della chitarra di un mai troppo celebrato abbastanza Giovanni Ferrario; la perfetta integrazione di Beppe Mondini, che ha sostituito Danilo Gallo alla batteria sia nell’EP Mr. Newman che in questo brevissimo tour: una miscela vincente. E mai, dico mai per un solo istante ho avuto la sensazione di trovarmi al cospetto di una band che non suonava insieme da un decennio abbondante.

Le canzoni, poi, hanno fatto il resto. Quelle di Armstrong c’erano quasi tutte. Good Morning ha ripreso il discorso lì dove si era interrotto. E poi Giuseppe Pierri, la candida L’innocenza, la sofferta È stupido. L’immancabile Tungsteno e l’inno Troppo poco intelligente. Ma spazio anche a Rosemary Plexiglas Centro e L’equilibrio. E alle nuove, Mr. Newman e Musica elementare.

Ora: io non so i motivi che nel lontano 2003 suggerirono agli Scisma di sciogliersi o meglio, col senno di quel che è successo in questo epico mese d’ottobre, mettersi in pausa a tempo indeterminato. Non li so e non li voglio sapere, perché penso che mi incazzerei. Sì, mi incazzerei come una belva perché per oltre un decennio ci hanno privato di una band fenomenale, semplicemente fenomenale. Come l’esibizione romana ha largamente dimostrato. Senza necessità alcuna di controprova.

Forse nella vità di una band a un certo punto per i suoi membri diventa fisiologico separarsi; separarsi per poi ritrovarsi, e una volta ritrovati perpretare la magia sprigionata dalla loro reciproca interazione. Sicuramente lo è stato per gli Scisma. E pazienza se si tratterà solo di una reunion estemporanea: per una sera almeno, come dicevamo, abbiamo volato. Alto nel cielo blu. E così sia.

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