Bologna Violenta + Surgical Beat Bros – Le Mura, Roma

bologna violenta

30 ottobre 2015

Bologna Violenta – anzi, i Bologna Violenta, da quando Nicola Manzan almeno in sede live si avvale di un vero e proprio batterista, Alessandro Vagnoni – ci ricordano che il mondo nel quale viviamo è immerso nella violenza. Quella cieca, brutale. Assurda. Bombardamenti aerei, palazzi distrutti. Vite spezzate, corpi maciullati. Guerra. Uomo contro uomo, fratelli contro fratelli.

Ce lo ricordano con la loro musica fatta di scariche metalliche di chitarra irrobustite da una batteria potente e chirurgica. Ma soprattutto con le immagini proiettate su uno schermo al lato del palco che si incastrano alla perfezione con la loro esibizione, e che meglio di ogni parola amplificano la percezione sensoriale provocata dalle bordate, rapide e dolorose, inferte da Manzan e Vagnoni.

Le amplificano fino a portare il climax della serata ai suoi picchi quando i BV iniziano a suonare l’ultimo album, Uno Bianca, una storiaccia – come la definisce lo stesso Manzan – tutta italiana che ha insanguinato Bologna e dintorni a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90. Leggere sullo schermo la lunga scia di sangue che la banda dei fratelli Savi si è lasciata alle spalle mentre Manzan e Vagnoni assaltano il pubblico con le loro scariche sonore non fa che aumentare la profondità narrativa della loro musica.

Si muove la testa a tempo, certo, ma si rimane anche senza parole nel ripensare a quei fattiche appaiono ormai lontani nel tempo, a quei poliziotti che disonorarono la divisa dandosi al crimine e ammazzando anche altri servitori dello stato. Ma senza cadere mai nell’equivoco apologetico (come insinuò qualche recensore all’epoca della pubblicazione del disco): i BV raccontano con la musica quello che un cronista racconterebbe con le parole. Pensare il contrario significa avere la coscienza sporca. Come se fosse colpa di Manzan l’assurdità della vita

Mi vengono in mente le accuse di filonazismo mosse negli anni agli Slayer, o meglio al loro chitarrista Jeff Hanneman, autore di una canzone – Angel of Death – che ha per soggetto Josef Mengele, l’angelo della morte dei campi di concentramento nazisti, così soprannominato per i suoi esperimenti sui prigionieri ebrei. Limitarsi a descrivere i folli gesti messi in atto dalla mente umana è essere filonazisti? Descrivere gli esperimenti chirurgici senza anestesia, le rimozioni di organi, i cambi di sesso, le iniezioni di germi letali, le trasfusioni tra gemelli è fare apologia di nazismo?

Chiudo con una nota extramusicale su Nicola Manzan: ho scoperto un cazzaro unico, davvero, capace di balli improbabili e altrettanto improbabili invocazioni alla madonna tra una scheggia e l’altra della scaletta. Che se non influenza il giudizio positivo sul concerto – un live dei BV consiglierei a chiunque di vederlo – sicuramente mi rende più empatico l’uomo.

Ed empatici, musicalmente parlando, anche se un filino meno coinvolgenti rispetto ai BV – la mancanza di un vocalist, o delle immagini sull’esempio proprio dei BV, l’ho avvertita – efficaci comunque, lo sono stati sicuramente i Surgical Beat Bros, Antonio Zitarelli (Mombu, Neo) e Fabio Recchia (Germanotta Youth), con la loro battaglia sonora fatta di un drumming, quello di Zitarelli, ossessivo e ipnotico, molto fisico, a intrecciare le linee rumoristiche create ad hoc con un beatbox e due sintetizzatori da Recchia. Un vero e proprio inferno urbano sapientemente alternato a momenti di tensione pacificata.

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