Foo Fighters – Unipol Arena, Bologna

Foo Fighters

13/11/2015

L’Italia è la patria del provincialismo. Giornalisti e appassionati si spellano le mani a suon di applausi per il nuovo di Laura Pausini, che i big money li fa in Sud America e il disco lo presenta a Los Angeles, mica a Roma o Milano. E ci accorgiamo che esistono i Foo Fighters solo quando mille ragazzi suonano insieme in mezzo a un campo e c’è un bel video con cui guadagnare vagante di click sul web e sui social. Mi verrebbe da dire che allora non ce li meritiamo, i Foo Fighters. Perché sul quintetto capitanato da Grohl ne ho sentite di tutte i colori, dal “è musicaccia per teenager” al “fanno rock easy listening” (forse si confondono coi Nickelback), passando per l’immancabile “basta co sto Grohl, è dappertutto”. Perché, diciamocelo, Dave Grohl è un po’ il Papa Francesco del rock and roll: un uomo (e un artista) talmente energico e talentoso che non puoi non volergli bene. E quando stai simpatico a tutti, e coi tuoi sogni adolescenziali finisci per riempirci gli stadi, una parte del mondo della musica (e di chi la ascolta) è pronta ad etichettarti come venduto. Ma sono poche, davvero poche, le band che riescono a costeggiare dolcemente le coste del rock-pop, navigare veloci nei mari del “rock come dio comanda” e veleggiare sicuri verso le acque inesplorate del quasi-prog.

Raccontare il concerto dell’Unipol Arena di Bologna, che arriva dopo l’exploit di Cesena, è quasi impossibile. Potrei dire che l’udito l’ho perso non per le chitarre a duemila decibel ma a causa delle urla del pubblico quando i Foos hanno aperto con una rabbiosissima versione di Everlong. Potrei dire che un simpatico signore con una gamba rotta, seduto su un trono da fare invidia a quello di George R.R. Martin, ha tenuto sotto scacco 11mila spettatori con i due accordi di Big Me, trasformando l’Arena in una costellazione di smartphone, gli accendini da concerto del nuovo millennio. Potrei dire che durante White Limo, The Pretender, Walk, All My Life e tante altre, il palazzetto ha letteralmente rischiato di crollare, con gente che è svenuta a causa del delirio generale. Potrei dire che Grohl e Hawkins hanno trasformato una versione acustica di Skin & Bones in un pezzo di musica brasileira che nemmeno Caetano Veloso e Gilberto Gil, per poi ri-trasformarla nel classico manàmanà (il motivetto preferito del Bossi di Crozza, NdA), col supporto di tutto il pubblico e Grohl che per poco non si pisciava addosso dal ridere. Potrei dirvi che quel signore pazzo con la gamba rotta continuava a ripeterci che noi eravamo “pazzi, completamente pazzi”, prima di finire con gli occhioni lucidi dopo l’ovazione del pubblico alla classica cover di In the Flesh dei Pink Floyd. Ma niente di tutto questo potrebbe riassumere un’esperienza del genere.

Mezze bugie come “siete il miglior pubblico del mondo” vengono ripetute a ogni data di un tour, questo lo sappiamo. Ma dopo aver chiuso il concerto con un’epica Best of You, Grohl ha salutato il pubblico di Bologna, città a lui particolarmente cara dai tempi dei Nirvana, ringraziandolo per “uno dei concerti più belli di sempre”. E qualcosa mi dice che quella frase era un po’ più vera del solito. Non so, forse erano le lacrime che scendevano dagli occhi di quel signore pazzo e con la gamba rotta, che per tre lunghissime ore, con una chitarra distorta e le sue canzoni, ci ha trasportato su un altro pianeta.

Nota a margine (ma nemmeno tanto): appena uscito dal concerto, stanco ma euforico per aver assistito uno dei concerti più belli della mia vita, sono stato investito dalle notizie di Parigi. Al teatro Balaclat più di cento persone, ragazzi per la maggior parte, sono state giustiziate a sangue freddo da un gruppo di terroristi. La loro colpa era di aver osato andare a un concerto rock degli Eagles of Death Metal. La stessa band che pochi mesi fa avevo visto dal vivo a Milano. A quel concerto potevo esserci io, voi, chiunque altro.

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