Goat – Commune

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Goat - CommuneCD/LP – Rocket, 9 t.

In qualunque maniera la si voglia vedere, come del resto avviene da decenni, sta allo scorrere del tempo il compito di ricordare, se non riscoprire, certi dischi, con un entusiasmo probabilmente maggiore di quello manifestosi al momento della loro uscita da parte di critici ed ascoltatori. Rapportandosi ai moderni anni ’10, World Music dei Goat potrebbe tranquillamente essere uno dei prossimi, pregno come è di una personale sinergia tra la psichedelia a cavallo tra i ’60 e i ’70, l’Africa, l’India ed un’estetica, la loro, memore di balli e riti di tribù native, che senza troppi effetti pirotecnici procede di pari passo con il risultato generale. Un bersaglio centrato pienamente, tale da portarsi sulla soglia del capolavoro. Di conseguenza, ascoltando questo Commune, fare il bis mantenendosi sullo stesso livello non poteva che rivelarsi un arduo compito per la formazione svedese, tanto da rivelarsi già fallito con una Hide from the Sun che, seppur musicalmente allettante nelle reminescenze tipicamente asiatiche, è minata da un cantato indebolito al punto di risultare inconciliabile, se non addirittura insopportabile, rispetto al resto. Una vera spina nel fianco, purtroppo. Ciò nonostante, è con il resto del lotto che si respira quell’aria tanto bramata e gradita all’interno dell’esordio, specialmente con quelli che sono i tre momenti di maggiore rilievo: il crescendo mistico e frenetico di Talk to God, la lisergica, ossessiva, prossima all’impatto finale Bondye ed una Gathering of Ancient Tribes che ridefinisce il concetto di hard rock, come si evince dall’allucinante assolo conclusivo, frutto persino di un’indemoniata seduta spiritica. Come di alto livello sono l’andamento dal vago sapore latineggiante, come un Santana visto, sviscerato e distorto, nelle vesti di un pellerossa, di The Light Within, dei riff tanto atipici, quasi elettronici, quanto sporchi come quelli di Words, il voodoo-tribal-blues zeppeliniano di Goatslaves, il breve ma intenso stop, interstellare ed al contempo westerniano, di To Travel the Path Unknown ed una Goatchild, a voler azzardare, à la Jefferson Airplane/Starship. Palesi dimostrazioni del fatto che, malgrado una piccola caduta di stile, i Goat non si perdono d’animo, tirando fuori, con Commune, un secondo album in studio molto godibile. Per un’esperienza sempre e comunque d’effetto.

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