Mezzala – Le Mura, Roma

michele bitossi mezzala

20 novembre 2015

In una Roma dall’affollata proposta concertistica – Bugo al Quirinetta, …A Toys Orchestra al Monk, Antonio Sorgentone al Klamm – io non ho avuto dubbi. I Mezzala a Le Mura. Che poi, a dire il vero, tutta questa abbondanza l’ho saputa solo dopo dallo stesso Michele Bitossi, il leader della formazione genovese. Onestamente, non avevo contemplato altre possibilità. Non potevano essercene. In agenda, il 20 novembre era stato cerchiato da un mese abbondante. Volevo i Mezzala, fosse pure cascato il mondo. Perché Irrequieto, il loro ultimo disco, è un gran bel disco, anzi è proprio un discone – non lo avete ancora ascoltato? E forza, su, che aspettate? (potete farlo qui); perché tutti quei fiati, quegli archi, insomma quei begli arrangiamenti, come cacchio li vai a sostituire dal vivo senza portarti appresso una carovana di dieci-dodici musicisti?; perché adoro Michele – avendolo conosciuto di persona, e dopo un’intervista via e-mail e una via Skype realizzate in questi anni, azzardo a chiamarlo per nome di battesimo – perché, dicevo, adoro Michele e i suoi progetti artistici (Laghisecchi, Numero6, Nome); perché l’unica volta che l’ho visto in concerto correva l’anno 2011 (mi pare), un’era geologica fa insomma: era coi Numero6 ed erano i tempi di I love you fortissimo. Insomma, volevo i Mezzala e, come avrete “leggermente” intuito, i Mezzala ho avuto alla fine. In cambio, ho ricevuto un’ora abbondante di concerto, un’ora in cui l’unica cosa negativa è stata l’ora in sé, nel senso di durata. Ma tant’è, perché sono stati sessanta minuti belli densi. Corposi. Con tanto sudore – chiamerei a testimoniare la maglietta nera con la scritta bianca “JOHNNY CASH” di Michele – e pochi fronzoli. Le chiacchiere sono state ridotte al minimo e le canzoni si sono susseguite una dopo l’altra, il titolo come presentazione e via, l’un-due-tre di Massimo Tarozzi a dettare il tempo. D’altronde, a che serve parlare tra un pezzo e l’altro quando si hanno belle canzoni che non aspettano altro che essere suonate/cantate? La sorpresa è la tensione iniziale di Michele. È contratto, poco tranquillo. E si sente, nell’apertura affidata ad Ancora un po’ bene. Del resto, è comprensibile: a questo album tiene tantissimo, con queste canzoni – che presumibilmente gli hanno fatto sputare la consuetudinaria dose di sangue durante i mesi di lavorazione – si è veramente messo in gioco. E quando a qualcosa si tiene tantissimo, non si è mai tranquilli come bisognerebbe essere. Di sicuro, non lo era come durante l’intervista che mi ha concesso nel pomeriggio (e che potrete leggere a breve sempre su queste pagine, quindi stay tuned). Per fortuna sua, si rilassa presto. E se Le cose succedono, pezzo ultra cacthy pubblicato come Nome (il progetto condiviso con lo scrittore Matteo B. Bianchi), gli serve per dirsi okcazzocelapossofare, con Se mi accontentassi già avverto un leggero senso di divertimento e goduria. È fatta, Le tue paure – in un post su Facebook diceva per esempio che temeva di dimenticare le parole – sono state domate nel giro di quattro canzoni. La scaletta è incentrata ovviamente su Irrequieto ma l’attacco di Da piccolissimi pezzi (dal repertorio dei Numero6, qui la versione interpretata da Bonnie ‘Prince’ Billy) è da tonfo al cuore. Stupenda come sempre, inaspettata poi, e quindi ancora più gradita. C’è poi spazio per il ricordo del mai troppo celebrato Ivan Graziani, con una interpretazione molto più energica di La sabbia del deserto. E poi via, una dietro l’altra Capitoli primi, Fino a Liverpool, Constatazione amichevole fino alla doppietta conclusiva Mi lascio trasportare e Chissà. Niente archi e niente fiati – la vera infatuazione adulta di Michele Bitossi – a differenza che su disco, e ben sostituiti dalle tastiere di Paolo ‘Pee Wee’ Durante, decisive nell’amalgamare gli arrangiamenti ridotti a batteria (del già citato Tarozzi) basso (di Mauro De Mattei) chitarra elettrica effettata (di Tristan Martinelli) chitarra acustica (affidata a Michele), forse un filino meno sexy, comunque per niente stravolti e sempre ricchi di quelle melodie che ti si appiccicano addosso, che ti portano a canticchiare le parole per poi farti dire: ma come cazzo è possibile che non troneggiano ai primi posti della classifiche musicali? Come è ingiusto il mondo!

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