Paul Weller non si era rincoglionito negli anni ’80: intervista a Michele Bitossi (Mezzala)

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Gli ascolti musicali non rimangono mai gli stessi. Cambiano. Crescono con noi: quello che si ascoltava a tredici anni è un po’ diverso da quello che si ascolta a trenta/quaranta/cinquanta anni. Per fortuna, aggiungerei. E può ben capitare che in età adulta, si apprezzi qualcosa che il furore giovanile aveva spinto a classificare come bollito forse con troppa fretta.

Qualcosa di simile è successo a Michele Bitossi con Paul Weller, uno dei suoi idoli indiscussi: “Io sono un grandissimo fan dei Jam e di Paul Weller ma gli Style Council li ho aprocciati molto dopo, inizialmente li avevo snobbati. Guarda Weller come si è rincoglionito, mi dicevo. Poi cresci, apri le vedute, vai ad ascoltarti non solo gli Style Council ma anche i Prefab Sprout e un certo pop-soul bianco che mi ha folgorato in questo disco”.

Il disco in questione, come ben saprete, è Irrequieto, il secondo a nome Mezzala. Quella che segue invece è una chiacchierata avuta con Michele qualche ora prima del concerto tenutosi il 20 novembre a Roma. Insieme con lui Tristan Martinelli, chitarra elettrica nei live e “sarto” insieme con Ivan Rossi per le canzoni dell’album.

Allora: ho fatto i compiti a casa, leggendo le interviste precedenti che hai rilasciato, e quindi spero di non chiedere nulla di già chiesto. Fatta questa premessa, ti volevo chiedere: ma quanto ti cachi il cazzo a stare qui con me che potenzialmente potrei farti una o più domande tra quelle che già ti sono state poste?

In realtà molto poco, niente, nel senso che non è che mi intervistano tutti i giorni, quattro volte al giorno. Se fosse così, magari sarei più sotto pressione, scazzato. Non essendo così, lo faccio di buon grado. Anche a rispondere alle stesse domande, che capita a volte, perché la fantasia latita in certi lidi. E quindi ti ritrovi a rispondere alla stessa domanda nel giro di un paio di giorni.

Ti è mai capitato di cambiare idea e di rispondere cose differenti alla stessa domanda?

Quando mi fanno la stessa domanda nel giro di poco tempo, mi comporto così: rispondo brevemente e poi apro un altro argomento che magari mi sta a cuore dire e che so che non mi viene chiesto. Perché poi c’è una differenza sostanziale tra l’intervista via e-mail dove non hai uno scambio con un interlocutore e quella a voce dove puoi aprire e chiudere delle finestre anche estemporaneamente. Spesso l’intervista via e-mail produce anche un certo imbarazzo. Mi è capitato che mi facessero delle domande con citazioni che non erano riferite al pezzo in questione ma ad altri pezzi. E allora scrivi in rosso dicendo, occhio che ti stai riferendo a un’altra canzone.

E quando questo succede, ti cascano un po’ le braccia?

Il problema è alla base. In questo momento storico, in musica ma un po’ più in generale nella cultura, manca tanto il concetto di attenzione e di approfondimento. Ai nostri tempi, che non erano gli anni ’40, prima di parlare, di giudicare un disco, lo consumavamo di ascolti. Ora invece la tendenza, e mi ci metto anche io, è un po’ bulimica, si passa di palo in frasca. E questo porta a essere un po’ superficiali. Quello che non faccio io, e ne sono orgoglioso, è giudicare una cosa senza prima averla assimilata. Il problema vero è quando da questa superficialità si ha la voglia invece e la prerogativa di voler giudicare una cosa. Spesso vedo tanti giudizi su libri dischi e quant’altro che a mio avviso spesso non sono approfonditi veritieri e attendibili. Venendo a quello che mi domandavi: quando vedo domande un po’ superficialotte, io personalmente non mi scazzo e faccio il mio perché so che alla fine è promozione, quando vedo domande banali cerco di portare quelle domande da un’altra parte. Ci sono colleghi che rispondono a domande del cazzo a monosillabi e lì fai un gioco sterile.

E spesso c’è chi, scazzato, risponde male, a torto o ragione.

Capita. Il discorso è questo: chi più chi meno quando fa un disco, ci dedica del tempo della passione e dello sbattimento. Quando poi si trova a pubblicarlo si dà in pasto a un’opinione pubblica. Se tu sei Jovanotti, hai un quantitativo x di persone che ti fanno delle interviste. Se sei qualcosa di più piccolo, hai meno audience, e quando ne hai meno speri che quella che hai sia tutta attenta e preparata. E invece, secondo me, il peccato che riscontro adesso è una voglia di esserci e dire la propria opinione a volte in maniera poco ponderata. Questo porta a recensione superficiali. Ed è un peccato perché internet non pone limiti spazi restrizioni a chi scrive. Fortunatamente c’è chi lo fa in Italia: non faccio nomi, sono quelli di cui mi servo da utente per andar a coprire nuovi gruppi. Vedo nel contempo tanto gossip, tanta voglia di esaltare una cosa per dimenticarla il giorno dopo ed esaltarne un’altra. C’è una bulimia poco gestibile.

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Io alcune volte non ci credo alle recensioni. Spesso non mi fido. Diciamo che una cosa l’ascolto a prescindere.

È un peccato che tu dica non mi fido, e capita anche a me. Dovremmo fidarci, sarebbe bello fidarci dei nostri capisaldi, che sono quei cinque-dieci giornalisti musicali. Io ce li avevo. Sono nato con testate come Rockerilla Rumore Il Mucchio che mi hanno aiutato a scoprire delle cose soprattutto con gli approfondimenti, piuttosto che con le recensioni. Il problema è che oggi ci sono tantissimi improvvisati di 18-20 anni, che potrebbero essere una grandissima risorsa scrivendo di nuovi musicisti italiani. E invece, mediamente, lo fanno in maniera sommaria. In generale noto una voglia di anteporre il proprio ego, invece di essere al servizio della critica musicale con una bella scrittura. Io noto un sacco di seghe. Nel nuovo modo di intendere il giornalismo musicale italiano, anche se definirlo giornalismo è un po’ forte, noto un sacco di autocompiacimento. E questo è un peccato.

La mia sfiducia nasce anche quando vedo che il recensore x della testata y recensisce positivamente il disco del gruppo z il cui ufficio stampa è a sua volta redattore di y.

(Tristan Martinelli) Non si tratta di musica classica dove chi ne scrive ha un diploma di conservatorio. La critica pop e rock sono pareri e molto fa l’autorevolezza di chi scrive. Se il recensore che stimo massacra un disco con veemenza, mi vien voglia di sentirlo. A parte i casi estremi come quello da te riportato, che problema c’è? Sono pareri, non c’è uno spessore critico. E anche ad alto livello, sono solo pareri.

C’è anche da dire che rispetto ad alcuni anni fa le recensioni hanno un peso minore, ci sono band italiane che riempiono i locali e sono state massacrate in massa. Pensa a Lo Stato Sociale. Il fatto che sono stati massacrati ha smosso un interesse. Da utente, molto sta nel discernere. Non vado più su certi siti, non compro più certi giornali, ci sono due tre testate italiane e tre internazionali, guardo quelle. E poi con internet è semplice, vado su Metacritic e noto come il disco è stato accolto, più che la recensione mi interessa il parere degli utenti.

Quanto è importante per un musicista l’ufficio stampa?

Dipende. Ci sono alcuni uffici stampa in Italia fatti da gente capace, onesta, che non guarda solo ed esclusivamente al vil denaro, che riesce a dire anche dei no, a costo di non mettersi in tasca dei soldi, perché sente di non poter essere credibile nel proporre il progetto x. Ci sono tanti uffici stampa che prendono robe su robe su robe perché hanno un affitto da pagare, o semplicemente perché sono avidi, e poi – su 10 progetti – 9 non riescono a piazzarli. Anche perché poi escono n-mila dischi alla settimana, quindi c’è un problema di spazi, non basta essere bravi e appassionati, bisogna avere culo, avere tra le mani una cosa forte: sarà banale ma è così. Uffici stampa che avevano una credibilità 4-5 anni fa, ora non ne hanno più. Ma poi, cos’è un ufficio stampa? Io parlo di promoter, di persone. Il personaggio x ha una sua credibilità, va col disco di y da vari media e proprio perché il disco è bello e per la credibilità che ha questa persona qua riesce a ottenere delle cose. Ma se prendi dei lavori e li dai al primo stagista, con tutto il rispetto, che non ha metodo capacità e deve svilupparsi professionalmente… Sostanzialmente, gli uffici stampa sono un elemento potenzialmente importante – se non decisivo a volte – nella vita di un progetto. Attualmente possono risultare anche dannosi per alcune situazioni. Credo comunque che in primis il musicista debba capire cosa fare della sua musica. È ovvio che se faccio free-jazz o post-hardcore non mi servirà l’ufficio stampa figo che lavora con Radio Deejay.

È il discorso sull’autocensura che hai già accennato in altre interviste?

Non proprio. Quel discorso lì, dell’autocensura, riguardava questo. In passato io ho sbagliato a pubblicare dei dischi perché avrei dovuto aspettare di completarli meglio. Poi però non rinnego il passato, aveva senso fare così ma a posteriori dico che ho sbagliato Questo disco qua invece è uscito quando e come sarebbe dovuto uscire, poi sticazzi se la gente non lo capisce, o meglio può dispiacermi e mi dispiace anche se ne parlano male. Ma di questo disco qua ho la consapevolezza che è uscito quando doveva uscire. Credo poi sia sotto gli occhi di tutti che il concetto di autocensura sia venuto a mancare. C’è questo umore che, piuttosto che lavorare, proviamo a fare un po’ di musica. E che cazzo. Vedo ragazzini che pensano al videoclip prima ancora di aver completato il primo pezzo.

Magari non c’è chi, dall’esterno, ti dà una bella bastonata. D’altronde se una superstar a 80 anni suonati non capisce che deve andare in pensione, come può capire un ragazzino che quello che fa è una merda pazzesca?

Dipende da superstar a superstar. Keith Richards per esempio continua a fare benissimo quello che fa.

Ma io sul palco gli Stones non li farei salire. Magari le due ore e trenta di concerto le reggono benissimo ma ripetere le stesse canzoni di quando avevi 20 anni, fa un po’ tristezza.

(TM) Come tristezza?!?!

Secondo me non puoi cantare le stesse canzoni di quando avevi 20, fa triste. È un po’ come se a 40 anni gli amici mi chiedessero di dire e fare le stesse cazzate di quando ne avevo 20.

Ma la gente vuole quello.

(TM) C’è il livello commercio, hai successo con questa hit che ti verrà richiesta all’infinito. Ma poi a un certo punto, raggiungi lo status museo a cui non gli dici più niente. Non entreresti mai al Louvre per dire che la tecnica di pittura della Gioconda è vecchia perché dopo c’è stato Picasso. Quanso arrivi allo status museo, non può fare tristezza. Gente di 70 ani che riesce a stare sul palco per due ore e mezza: fa gioia. A me fa gioia. McCarteney negli anni ’80 faceva schifo perché cercava di competere con Madonna, di essere più figo di Michael Jackson. Oggi è un museo ambulante, non c’ha più la voce ma è una meraviglia. Dico ‘museo’ nel senso di festa, non di imbalsamato.

A proposito di Richards e del Macca: Beatles o Rolling stones?

(TM) I Kinks.

Sono due band talmente diverse: l’energia degli Stones, e il talento compositivo e melodico dei Beatles. Che hanno avuto anche gli Stones. Come diceva Tristan, i Kinks. Per me, Beatles e Stones, non sono mai stati in competizione.

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Quando scrivi un disco, per chi lo scrivi?

Mi viene naturale scrivere perché per me è un godimento estremo riuscire a creare qualcosa, al punto che a volte mi trovo a fare dei pensieri distorti, tipo ‘ma quella persona, lui non scrive non ha pulsioni creative, come fa?’ E vive benissimo, molto meglio di me (risate di gusto, NdR). Io penso che l’animo umano sia fatto di tante finestrelle e di orizzonti più o meno vicini che hanno a che fare con l’ambizione piuttosto che con le aspettative. Ci sono tantissime persone che hanno un orizzonte molto vicino a sé e hanno un tot di finestre aperte sul mondo, sull’anima. E magari fanno una vita cosiddetta semplice, fatta di piccole cose, vivono più o meno bene. Ci sono persone creative o con ambizione di creatività che hanno magari più finestre aperte e orizzonti più lontani, questo porta ad avere delle pulsioni creative forti e potenzialmente delle grandi soddisfazioni; ma anche nel contempo tante possibili sofferenze. Frustrazioni. La frustrazione forte che io riscontro a volte è nella fase di scrittura, quando vedo che non riesco a fare quello che avevo in mente, quando vedo che una canzone non è bella o significativa come credevo, quando mi sembra di non avere niente da dire. Perché quindi scrivo e per chi scrivo? Per me. Sembrerà una frase fatta ma è la pura verità. Lo faccio per me perché senza la creazione io mi sento male. Limitato, frustrato. È ovvio che quando riesco a fare una cosa che ha dei riscontri, ti si riempie il cuore di gioia e hai la benzina per andare avanti. Lo faccio un po’ per me quindi ma poi quando l’ho fatto e lo pubblico, mi colloco in una posizione di grande vulnerabilità.

Fa parte del gioco.

Certo. Un gioco a cui gioco volentieri. Ti esponi, e quando vedi che gran parte di quei feedback sono positivi, vuol dire che hai fatto un lavoro meticoloso giusto e buono.

Ti percepisco come un buon lettore. Che cosa stai leggendo ultimamente?

Biografie. Ho letto le biografie di Pete Townshend, Keith Richards e Nick Drake.

In Chissà il discografico che non citi ti accosta al cantautorato romano. Ti ci rivedi nel paragone?

Quell’interludio del pezzo è la trasposizione quasi fedele del feedback ricevuto da un discografico a cui avevo fatto ascoltare delle canzoni da proporre a interpreti pop. E siccome quello è un feedback che ho riscontrato altre volte, mi è sembrato divertente inserirlo lì. Detto ciò, ci sono tanti cantautori romani che apprezzo tantissimo, penso a Daniele Silvestri che secondo me è geniale, ma anche Niccolo Fabi e Max Gazzè.

In una vecchia recensione ti paragonavano proprio a Gazzè.

Il suo capolavoro, La favola di Adamo ed Eva, è un disco pop fantastico. Devo dire la verità, gli ultimi album non mi hanno fatto proprio impazzire, è chiaro però che due o tre perle ci sono sempre. È un artista di gran talento che sa scegliere molto bene le collaborazioni. Per esempio suo fratello, che scrive ha scritto la gran parte dei testi e che è bravissimo. Di lui apprezzo il fatto che mi sembra un artista non autocompiaciuto, uno che sa dare spazio alla collaborazione. Quando capisce che magari rischierebbe di ripetersi o non si sente totalmente in grado di fare quello che ha in mente da solo, allora chiama della gente a collaborare con lui. E questo gli fa onore. Molti non lo fanno per egotrip o per accaparrarsi banalmente i diritti delle canzoni in toto. E magari rinuncia a fare una cosa bella che nasceva da una collaborazione. Perché l’ispirazione o finisce o non è sempre uguale o comunque nasce dal collaborare. Un altro che fa pop ed è famosissimo in Italia è Cesare Cremonini, che secondo me è in gamba. Ultimamente si è messo a scrivere con il cantante de Le Strisce, Davide Petrella, che è bravo, e insieme hanno creato delle canzoni di pop da classifica molto dignitoso. Nel mio piccolo, mi piacerebbe essere autore per altri, credo di avere le carte in regola quanto meno per provarci. Mi piacerebbe un casino lavorare con Neffa.

Cazzo, Neffa! (esclamazione per esprimere piacere verso la musica prodotta dall’artista nominato, NdR)

È uno con cui mi piacerebbe collaborare perché credo che abbia un talento sconfinato. È un figo. Sono un suo grande fan perché riesce a fare dei singoli spaccaradio come anche delle canzoni più introspettive. Neffa è uno che è sempre stato credibile. Può non piacerti ma non gli puoi dire che non è stato credibile. Era credibile quando faceva rap, era credibile quando faceva il batterista dei Negazione, ed è credibile ora che fa pop. Poi, certo, ha delle cadute di stile anche lui perché il pezzo per Suor Cristina faceva cagare, però è un grandissimo. E ce ne sono, di personaggi che fanno pop in Italia ad alto livello, che hanno le palle. Tiziano Ferro, per me, è uno bravo, che sa il fatto suo.

A proposito di canzoni scritte per gli interpreti. Da qualche parte ho letto che già scrivi per altri. È vero o non è vero?

È vero, sto scrivendo, ma non posso fare nomi, testi e musiche, in piu collaboro con altri artisti. Vado un po’ a sprazzi, ho degli slanci che mi portano a volerlo fare in maniera determinata, poi quando arrivano certi feedback, non mi scoraggio, no, ma capisco che forse è meglio se continuo a fare le mie cose. Non è solo una questione economica, sarebbe anche divertente e appagante, una sorta di missione artistica, quella di provare a convincere determinate voci del pop italiano – che a me piacciono ma che secondo me cantano della merda – a interpretare delle cose piu interessanti. Per fortuna ogni tanto capita. Penso ad Alessandro Raina Dimartino Tommaso Paradiso. Purtroppo vedo che la tendenza è quella di annacquarli, questi autori. Quando quel discografico mi ha detto quelle cose aveva ragione. Io ho una scrittura molto personale, non riesco a scrivere quello che vuoi, non perché sono duro e puro, è prorpio perché non ci riesco. Uno bravo in questo è Zibba che riesce a scrivere sia in maniera molto personale che su commissione. Lui mi dice che si diverte molto. Io faccio un po’ piu di fatica perché tendo a mettere sempre molto del mio immaginario nelle canzoni e quindi capisco che spesso un interprete non si senta a suo agio.

La tua sui talent già l’hai detta a Rockit, ma se ti proponessero di diventare coach?

Permettimi di aggiungere una cosa. Non ho nulla contro i talent. Mi dispiace però che, per un artista giovane, sono quasi esclusivamente l’unico mezzo rimasto per ottenere visibilità. E gente giovane emersa dai talent ce n’è ma si contano sulle dita di una mano. Se mi proponessero di diventrare coach, accetterei, perché no. È un esperienza. Magari dopo tre giorni capisco di non essere all’altezza e ringrazierei e me andrei, però potrebbe essere figo.

Hai possibili idee su come ribaltare il format?

Guarda Morgan, che è un altro artista che stimo. È autore di dischi molto fighi, secondo me, sia nei Bluvertigo che come solista. Lui come giurato ha tentato tanto, e un po’ c’è riuscito, di portare in quel contenitore in prima serara di grande audience dei brani degli umori dei mood musicali interessanti. Ha fatto proposta. Certi network e certi media grossi, quando fanno proposta, sono encomiabili, assolutamente da sostenere. Lì Morgan ha portato il suo background, new wave post-punk, e dava da fare dei brani piu ricercati a dei ragazzi che alcune volte se ne uscivano con delle figate. E lì, il talent ha senso! Perché non è un parlarsi addosso, non è un rimestare la stessa minestra, comunque sterile, non è solo un rassicurare ma anche un destabilizzare. Quindi viva Morgan come artista e come giurato. Siamo tutti appassionati di musica, ti dico la verità, ogni tanto X Factor me lo guardo, così come anche Sanremo, da appassionato di musica quando vedo che delle cose belle che escono da lì sono contento.

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Ti sei mai accontentato musicalmente parlando?

Sì, in fase di scrittura, non solo per fretta ma anche per pigrizia e irrequietezza, per il fatto di voler passare a un altra cosa senza aver completato a dovere la cosa precedente, e invece avrei dovuto approfondirla meglio. A me è sempre successo in buona fede, senza fare calcoli strani. A posteriori dico che mi sono accontentato, che avrei potuto fare di piu. In questo disco invece ho approfondito di piu le cose, grazie al fatto di aver approcciato la scrittura e la produzione in maniera diversa dal passato. Mentre prima ero molto piu accentratore, pretendevo di occuparmi non solo della scrittura ma anche dell’arrangiamento, a questo giro sin dall’inizio ho fatto un passo indietro, ho scritto le canzoni e ho affidato a Ivan Rossi e Tristan la responsabilità di dare un vestito a queste canzoni, sulla base di alcuni miei input. Paradossalmente, è piu un disco corale, da band, questo che non quelli fatti dai Numero6. Ho avuto una gran voglia di collaborare e interfacciarmi con gli altri.

Questo comporta grande stima reciproca.

Certo. Quando gli ho portato dei provini un po’ più arrangiatini, Ivan e Tristan me lo hanno detto chiaramente, noi così non lavoriamo perché qua si rischia di fare un disco che non osa niente rispetto a quanto fatto in passato. Sono stati loro che mi hanno spronato, anche a fare un passo indietro e produrre insieme le canzoni. Io avevo voglia di fare questo disco, con un suono che non avesse data di scadenza, senza tempo, con certe orchestrazioni certi fiati certi arrangiamenti. E grazie soprattutto a Ivan, che ha messo insieme la squadra di musicisti, l’abbiamo portato a termine.

Una curiosità prima di concludere. Il disco esce anche su vinile ma secondo Neil Young non ha senso perché si tratta della versione cd dell’album stampata su vinile. Ha ragione o è solo un portare acqua al suo mulino in quanto produttore del Pono?

Non lo so, potrebe avere ragione, io non sono un orecchio fine in questo. Devo dirti la vertità. Non ti starò a sbandierare che il vinile si sente meglio del cd, probabilmente sì. Io nasco col supporto fisico, vinile cd, e ora mi trovo spesso ad ascoltare musica su Spotify con delle casse molto belle e mi va bene. E allora perché il vinile?

Perché la foto figa?

Perché la foto è figa, il packaging è figo, ma poi perché è un bell’oggetto, il vinile. E un disco fatto in questo modo qua, tutto suonato in diretta con strumenti vintage, per me era naturale che uscisee su quel supporto lì. Che poi si senta bene o male o che chi lo compra non lo ascolta perché si sente gli mp3, va bene. Intanto ti sei portato a casa un bell’oggetto una cosa reale e bella, che fa anche arredamento. Conosco gente che compra vinili e non ha il piatto. Quando un disco ti dà delle emozioni, non importa come lo ascolti.

Bacharach, Kinks, quotidiana malinconicità nei testi che ricorda Fiumani, chitarre arpeggiate alla R.E.M., Style Council e chi più ne ha più ne metta: hanno saltato qualche nome, i recensori, o vanno bene questi accostamenti?

Ne potremmo aggiungere tanti altri ma questi che hai detto mi lusingano tantissimo, per esempio gli Style Council, sono un nome interessante. Io sono un grandissimo fan dei Jam e di Paul Weller ma gli Style Council li ho aprocciati molto dopo, inizialmente li avevo snobbati. Guarda Weller come si è rincoglionito, mi dicevo. Poi cresci, apri le vedute, vai ad ascoltarti non solo gli Style Councile ma anche i Prefab Sprout e un certo pop-soul bianco che mi ha folgorato in questo disco. A ‘sto giro non ho suonato la chitarra elettrica poi, e non è un parrticolare di poco conto. Perchè volevo proprio dare un altra impronta musicale che non fosse quella che ho fatto finora, dove la chitarra era centrale. Però l’ha suonata Simone Massaron che è un chitarrista molto piu bravo di me, molto più duttile di me. E cosa è successo, che questi musicisti molto bravi, e Massaron in primis, ed è emblematico, si sono calati nell’atmosfera di qusto disco qua, hanno capito cosa chiedevamo, non si sono cmportati da turnisti che arrivano suonano incassano e ciao, hanno fatto squadra, si sono messi al servizio delle canzoni. E non è scontato se si parla di musicisti di levatura importante come la loro.

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