David Bowie – Blackstar

David Bowie - BlackstarColumbia/Sony, 7.

Consideriamo gli antefatti. Il primo, l’incontro con Jack Thorne e Johan Renck per la colonna sonora del serial televisivo The Last Panthers di cui Blackstar, la canzone (tra le più pregevoli e complesse concepite da Bowie), ne è architrave visionaria oltre che simbolica. Il secondo, attribuibile al passaggio cureiano di Lazarus (si veda il lavorìo al basso e nelle estensioni chitarristiche), racconto concepito per il sequel teatrale de L’uomo che cadde sulla terra scritto insieme a Enda Walsh e con la direzione di Ivo Van Hove.

Blackstar è nato in seno a questo humus creativo e suggella la rinascita dello spirito mercuriale del nostro, quello proteso alla ricerca (la stessa che distrugge gli estremi, ricordate il tema di The Voyeur of Utter Destruction?) e all’attraversamento delle forme artistiche oltre che dei codici stilistici. Suffragato dalla rinnovata e fondamentale produzione con Tony Visconti, quì il centro strutturale ha nel jazz e nell’intelaiatura elettronica i due confini entro cui La stella nera pone il suo dictat espressivo, poli alchemico sonori che si confondono in un costante amplesso capace di ramificarsi negli interstizi utopico-lunari di Davis e Coltrane. Il jazz (e pure il soul) con l’elettronica appunto.

L’idea, seppur con dinamiche differenti e più gotiche (se preferite berlinesi), pare ricucire i confini con Black Tie White Noise (a quanto si dice Kendrick Lamar, Death Grips e Boards of Canada, sono stati tra gli ascolti più gettonati nel concepimento) e oltre… ovverosia in capo all’espressionismo industrial rock cinematico di Outside e a quello ritmico futurista di Earthling.

Basta scorrere le formulazioni adottate con le nuove versioni di ‘Tis Pity She Was a Whore (sorta di nuova Absolute Beginners in chiave electro jazz espressionista?) – quasi mediana tra We Prick You, Aladdin Sane o Jump They Say – e Sue (Or In a Season of Crime), il cui prologo hard rock psichedelico e jazz technocrate sfocia in un crescendo industriale delirante, in un’esplosione simbolica lynchiana dalle connotazioni cosmico apocalittiche.

Si tratta di una delle costruzioni più maestose della raccolta, trafitta da contro tempi convulsi e distorsioni futuristico distopiche: la mutazione violenta, parossistica, del minimalismo ambient trip-hop alieno dipinto con la title track.

Si è accennato poc’anzi alla cosmica e quella coscienza difatti, intesa in modo più ampio come comprensione nella e della visione, si rivela quale tratto distintivo che armonizza buona parte delle intuizioni sul piano compositivo, non a caso la sinfonia di I Can’t Give Everything Away concede un ricavo netto nei riguardi delle procedure d’avanguardia di fine Settanta e il soffio dell’armonica apre un quadro non dissimile alla meccanica kraut di A New Career in a New Town, quindi a Low.

Un gioco organico che sottolinea oltremodo la centralità data ai fiati (il sax di Donny McCaslin lì dove un tempo “dominava” la tromba di Lester Bowie) e alle ritmiche (nell’alternanza tra Mark Giuliana e il mastermind degli LCD Soundsystem James Murphy).

La sorpresa più inattesa giunge però sul finale, grazie a una ballata che possiede la centratura, il livore e il romanticismo dandy espressionista del periodo Hunky Dory/Diamond Dogs. Dollar Days sancisce una sorta di chiusura del cerchio temporale ed è un magistrale esempio di folk esistenziale trafitto dal cut-up armonico post burroughsiano, certo non esente dalla critica verso un mondo più che mai orwellianamente alla deriva (I’m dying too!” grida un Bowie tornato alle vocalità pre Ziggy o filo Heathen) ma fatale quanto basta per ammaliare nel suo colore poetico.

Si tratta di un viaggio nell’anima ottenebrata del mondo contemporaneo, oltre che nella percezione dello stesso Bowie, e poco importa se il sottotitolo potrebbe essere 2.Outside… Starman si è trasformato in Blackstar e non lesina tentennamenti.

Stefano Morelli

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