Bad Apple Sons – My Dear No Fear

Bad Apple Sons

Bad Apple Sons - My Dear No FearChic Paguro, 9 t.

Il bisogno di affacciarsi, dalle parti di Firenze, e gridare la propria anima imbracciando chitarra, basso e batteria, senza perdersi in quesiti che lasciano il tempo che trovano. Evidentemente tutto ciò esiste, nel momento in cui ci si mette nei panni dei quattro ragazzi che formano i Bad Apple Sons. My Dear No Fear, seconda loro opera in studio, nelle sue nove tracce non bada a spese e va dritto al punto, a livello comunicativo e musicale. Se alla base di tutto è presente un’indole post-punk, in termini di influenze non sono da meno l’impronta dei primi Therapy?, nelle venature sciamaniche di The Holiest, la conseguente sinergia con i Pixies di Tempest Party, oppure una Free Neural Enterprise che unisce una linea di basso memore di certa new wave ad un blues dal sapore catatonico, con un cantato dal vago sapore pattoniano, più Tomahawk che Faith No More, da parte di Clemente Biancalani, la cui duttilità vocale risulta intuibile anche nella cadenzata, quasi caveiana Cowards. E là dove My Dear and Fear dona quel tocco di spigolosità in più allo stesso tempo si è prossimi allo stallo, al senso di perdizione, al vuoto di No no, un cupo ponte levatoio di matrice ambient che porta all’estremo spoken word di Stop Shakin’ Rope, disperato nello svolgimento, fatto persino di accenni neurosisani, e struggente nella conclusione, tale da fare il palo con Ascend, un incubo lungo quasi nove minuti, talmente granitico da apparire quasi industriale nel suo impatto. Il risultato è una droga la cui assunzione non porta effetti collaterali che non siano quelli riconducibili al godimento uditivo. E questi ragazzi di numeri ne hanno, e molti. Da non perdere.

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