Savages – Adore Life

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Savages - Adore LifeMatador, 10 t.

In un’intervista rilasciata nel ’93 a quelli di “Videomusic”, a fronte della pubblicazione di Fate of Nations, Robert Plant espose un principio che andrebbe tenuto a mente da noi “divulgatori”, recitava più o meno così: “Ad oggi è stato sperimentato ogni confine a livello musicale quindi è normale che si copi o si citi, il problema è piuttosto come si copia o come si cita“.

Siamo nel 2016 e le Savages suonano post-punk, fatto che in più occasioni (anche a seguito del fulminante Silence Yourself di tre anni fa) le ha esposte a critiche spesso incomprensibili se non gratuite. La stessa logica andrebbe adottata, paradossalmente, anche per altre forme musicali contemporanee ma non è questo il punto…c’è sempre una radice e una continuità, si tratta di un fattore umano e naturale prima che artistico (al di là del postmoderno).

Bene, le Savages confermano il come, attestano uno spirito che si mantiene efficace e tagliente, riuscendo nei fatti a trarre nell’odierno l’attitudine che fu di Siouxsie and the Banshees (e si respira più la spinta rispetto a Join Hands in questi solchi, il che è un bene sul fronte della sperimentazione), primi Bauhaus e Joy Division (Adore nel suo incedere riesce ad integrare con inaspettata maestria pure il blue(s) dei Bad Seeds).

Rispetto all’esordio si percepiscono dei chiari cambiamenti su due fronti, ossia nel ricavo – se non proprio nell’esigenza – di un approccio più noise-riot punk seppur privo dell’hardcore digitale di scuola ATR (non è un caso che The Answer e T.I.W.Y.G. siano state scelte come singoli, in tempo di conflitto relazionale tra i principi-sessi, o che la sinuosa Sad Person evochi i primi Adam and the Ants) e nella ricerca di un’evidente spigolosità new wave col chiaro obiettivo di estrapolare l’enfasi strutturale del tratto epico. Su quest’ultimo ambito emerge un eco esplicito, quello dei PIL, ma viene tributato con brani tutt’altro che derivativi: la (dis)torsione algido schizoide di I Need Something New (dal finale quasi youthiano/niniano) e la torva Surrender (confinante col death rock dei primissimi Christian Death, specie in seno a Deathwish). Chiude il cerchio la psichedelia post-industriale di Mechanics, brano che non sarebbe dispiaciuto al compianto David Bowie.

Con Adore Life le Savages ritraggono il loro personale simbolo sull’attuale claustrofobia umana, la dissonanza del rumore così quanto le ombrosità dipinte dal basso sono forme analogiche dell’alienazione (magari non strettamente inedite ma profondamente ispirate). Per questo il pugno alzato dettato in copertina, per questo la necessità urgente di ricondurre l’ascoltatore all’Amore e alla sua preoccupante sfaldatura nell’esistente.

Un disco significativo che dovrà fare a gara con un ulteriore gioiello proveniente da Sydney, Synthia dei Jezabels… vedremo chi riuscirà ad amare di più: This is what you get when you mess with love.

Stefano Morelli

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