O.R.k. – Teatro Quirinetta, Roma

O.R.k.

4 febbraio 2016

Nel bene e nel male, è sempre il pubblico a decretare il successo di un(‘)artista. Puoi avere la critica dalla tua, tutta la critica, ma – senza il supporto del pubblico – vai poco lontano. È il pubblico che compra i tuoi dischi, almeno quei pochi che ancora si vendono. È sempre il pubblico che alza il culo dalla poltrona di casa e viene ai tuoi concerti.

Di pubblico, in quel del Quirinetta, ce n’era eccome per la seconda data del tour di quello che ormai viene indicato dai più come “il supergruppo”: Lorenzo Esposito Fornasari aka LEF (Obake, Berserk!), Carmelo Pipitone (Marta sui Tubi), Colin Edwin (Porcupine Tree) e Pat Mastellotto (King Crimson), ovvero gli O.R.k. E a giudicare dalla sua reazione, il pubblico romano non è rimasto deluso dalla prova di questa nave aliena sbarcata nella Capitale.

C’è un’immagine che meglio di ogni altra sintetizza il suo giudizio positivo, il pollice su di storica memoria. Più dei lunghi e ripetuti applausi riscossi tra un viaggio sonoro e l’altro. Nell’aria bruciano le note conclusive di Pyre, primo singolo estratto da Inflamed Rides e bis scelto per l’occasione. Gli O.R.k ringraziano, salutano inchinandosi a raccogliere gli applausi e se ne vanno. Le prime file restano davanti al palco. Sperano in un altro bis. Applausi, invocazioni sostenute. E poi ancora applausi. Più forti, ancora di più. A un certo punto ci credo anche io: “Cazzo, ora rientrano e attaccano altre tre canzoni come minimo”. L’accensione delle luci frantuma l’ultima, tenue speranza.

Poco male, perché di contro ci è stata regalata un’ora abbondante di grande musica. Una musica vigorosa, spaziale, avvolgente, fluida, densa, quadrata ma anche obliqua. E, personalmente, a tratti persino seducente in alcuni fraseggi di basso e di chitarra. Una musica dalle sfumature variegate sorretta da una voce, quella di LEF, molto molto eclettica che passa dal sussurro delicato all’esplosione multipla più fragorosa. Una musica in cui le diverse sensibilità artistiche dei quattro si sono miscelate tra di loro generando una sostanza nuova che le ingloba tutte ma che è qualcos’altro. In termini sportivi diremmo quattro ottime individualità al servizio del collettivo, che non si lasciano andare ad aggiunte superflue (tranne qualche rullata di Mastellotto ma stiamo parlando veramente di poca roba, il classico pelo nell’uovo). Paragoni come al solito si sono sprecati in sede di recensione. A me hanno ricordato molto i Tool. È il primo nome che mi è venuto in mente dopo aver ascoltato il disco ed è il primo nome che mi è venuto in mente durante il concerto.

Se su disco non deludono, anzi sono una vera bomba (H), dal vivo confermano questa loro carica esplosiva con una performance da fuoco e fiamme. Seppure siamo solo a febbraio, mi sento di dire che tra le best thing musicali del 2016, gli O.R.k occuperanno un posto da sicuri protagonisti, sono pronto a scommetterci. E, chi mi conosce, sa che non scommetto mai.

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