Una guida alla lettura: intervista ai kuTso

kutso

Nel presentarli sul palco di Sanremo 2015, nella categoria “Nuove proposte”, Carlo Conti li ha chiamati, all’italiana, “kuTso“, forse ignaro della dizione filologicamente più accurata e preferita dai nostri, che si modella sulla fonetica inglese: si scrive “kuTso”, si legge “kattso”. È bastata, però, la loro esibizione sul palco dell’Ariston per mostrarci  mille altri modi ancora di leggere “kuTso”: si può leggere ad esempio provocazione, teatralità, sarcasmo, protesta, lirismo. Con questa intervista abbiamo voluto proporre, commentare ed ampliare con loro alcune possibili chiavi di lettura, per un gruppo che, troppo facilmente, viene relegato ad un’unica, superficiale, riduttiva, gasparriana lettura alla kutso.

Avete suonato su due palchi importanti e molto differenti tra loro: da un lato Sanremo, luogo del lirismo, della musica disimpegnata, in cui a essere premiato è nella maggior parte dei casi il bel canto; dall’altro lato il palco del Primo Maggio, in cui la musica vuole farsi innanzitutto veicolo comunicativo di istanze civili, di protesta, senza badare a tecnicismi che possono solo rendere la comunicazione meno immediata. Quale delle due dimensioni appartiene maggiormente al vostro modo di intendere la musica?

Ci sentiamo a nostro agio in entrambi gli ambiti. Ci piace scrivere canzoni e comunicare attraverso questa forma d’arte, ma amiamo stare sul palco, cantare, suonare e saltare da una parte all’altra. Questa dualità fa sì che, chi ha la voglia di approcciare alla nostra musica in maniera non superficiale, possa apprezzarne sia l’aspetto goliardico, teatrale e surreale, che il carattere intimistico, esistenziale, provocatorio e sarcastico. Per noi inoltre non è importante il contenitore tramite cui divulgare la nostra musica, perché in qualunque contesto agiamo sempre con lo stesso carattere allegramente distaccato.

Sanremo è da un po’ di tempo conservatore, nell’edizione alla quale avete preso parte voi addirittura reazionario. La vostra Elisa, però, si distaccava nettamente dal resto delle canzoni in gara: era questo il vostro obiettivo o invece ritenete di esservi adattati presentando la vostra canzone più “sanremese”?

Elisa era il brano, tra quelli che avevamo composto per Musica per persone sensibli, che più ci permetteva di affrontare Sanremo con convinzione ed ironia. Eravamo gli unici rappresentanti del cosiddetto mondo indie e non volevamo andare sul palco dell’Ariston con la solita pesantezza e “oscurità” che avvolge gli artisti indipendenti. Insomma volevamo dare un’altra idea della musica alternativa, che non è fatta solo di canzoni incomprensibili, atteggiamenti bacchettoni e cacofonie noiose, ma anche di brani piacevoli, che veicolano provocazione e sovversione tramite sonorità solari e piene di vitalità.

Per via della vostra ironia, il gusto per il travestimento e la provocazione vi si accosta con facilità ad Elio e le Storie Tese. Un accostamento che a voi non piace particolarmente…

Stimiamo enormemente Elio e le Storie Tese e la genialità di molti loro brani, sono sicuramente una delle band più importanti della storia della musica italiana e saremmo onorati di collaborare con loro in qualunque momento, ma la nostra musica non proviene da lì. Probabilmente se avessimo assecondato questo accostamento, forse ora saremmo più famosi, perché più digeribili dal pubblico italiano e dall’establishment dei mass media, ma non è nostro interesse essere dei comici o fare teatro più che musica. Scriviamo canzoni e ci ispiriamo a Iggy Pop, a Rino Gaetano, a Giorgio Gaber, Battisti, i Nirvana, i Beatles e tanti altri artisti, ma non abbiamo mai voluto fare musica demenziale, anche se abbiamo un atteggiamento scanzonato e “caciarone”.

Il vostro uso dell’ironia è spesso accompagnato da un pessimismo quasi esasperato (Lo sanno tutti e Spray nasale, tanto per fare due esempi): ci si avvale dell’ironia per esorcizzare il pessimismo?

Rispetto all’ironia, utilizziamo molto più spesso il sarcasmo; la grande differenza tra questi due atteggiamenti è che, chi ironizza, si pone al di sopra degli eventi con composta freddezza, mentre il sarcasmo è il frutto dell’immersione totale nei propri affanni e turbamenti da parte di chi li vive fino in fondo, dialogando con la propria disperazione e non allontanandosene tramite l’uso della ragione.

Il vostro ultimo album si chiama Musica per persone sensibili. Oggi, però, sembra che tutti vogliamo a tutti i costi ritenerci sensibili: chi sono quindi quei sensibili ai quali vi volete rivolgere voi?

La sensibilità che intendiamo noi è quella che permette agli esseri umani di conoscere il mondo con curiosità, liberi da pregiudizi e sovrastrutture sociali, in poche parole ciò che serve per ascoltare le nostre canzoni con la mente sgombra. Abbiamo deciso di dare questo titolo all’album, perché il nostro primo disco Decadendo su un materasso sporco, che ottenne una buona risposta di pubblico, fu spesso accolto come musichetta di poco conto. Volevamo perciò rispondere che i nostri testi e la nostra musica sono molto più di motivetti allegri e parole strane. Inoltre i titoli di entrambi gli album sono due dodecasillabi, in omaggio alla storia della letteratura italiana.

Spiazza un po’ l’idea di una vostra cover de La canzone dell’amore perduto di De André, apparentemente distante dal vostro universo musicale: è un debito affettivo che avete voluto saldare o, senza voler fare giochi di parole, quel De André ben si presta a una lettura alla kuTso?

Quella canzone ha un enorme impatto emotivo, ma l’interpretazione di De André poggia quasi esclusivamente sul testo. Noi volevamo recuperare la bellezza musicale del brano, esplicitandola con un cantato intenso e dei suoni aggressivi e graffianti. Volevamo che il sospiro rammaricato di Fabrizio De André diventasse un urlo disperato.

Che ruolo ha avuto Alex Britti nella storia del vostro gruppo?

Alex è sempre stato un esempio per il nostro cantante Matteo, che lo conosce da quando ancora suonava nei locali e non era famoso. Alex Britti è stato presente soprattutto nella prima parte della storia dei kuTso, quando ancora non avevamo dato alle stampe nemmeno il nostro primo EP Aiutatemi. Lavorammo con lui per tre anni scrivendo brani in continuazione, tra cui la stessa Elisa, e imparammo tantissimo su come arrangiare e far esplodere le canzoni. Quella collaborazione non dette però frutti discografici, quindi le nostre strade si sono separate per cinque anni, fino a che l’occasione sanremese non ci ha riportato a collaborare con lui.

Siete da anni instancabilmente impegnati nel vostro Perpetuo Tour: suonare dal vivo a ritmi così elevati è un po’ il prezzo da pagare se ci si vuole mantenere lontani dalla logica dei talent?

Suonare dal vivo è l’attività principale di chi si considera un musicista. Può purtroppo diventare anche una gabbia, proprio perché non essendo noi un fenomeno di massa, non possiamo permetterci di fermarci, pena la povertà estrema, che già in parte ci attanaglia. Ma non crediate che chi esce dai talent, se la passi meglio. Ciò è vero solo per alcuni di quelli che hanno vinto, tutti gli altri stanno peggio dei musicisti indipendenti, perché a differenza di chi gira l’Italia suonando nei club, loro neanche suonano, ma rimangono a casa a scrivere canzoni con la speranza infondata che qualcuno abbia interesse ad ascoltarle.

Avere Gasparri seduto davanti a voi a sentirvi suonare Via dal mondo è in assoluto la cornice ideale per questa canzone: si può dire che alla fine vi siete tolti una gran bella soddisfazione?

Sì, siamo contenti soprattutto per il nostro brano, perché in effetti era perfetto in quella situazione. E’ stato tutto improvvisato, perché il programma “Revolution” è un format strano dove sia gli ospiti che la conduttrice non sanno cosa succede e chi viene in studio. È andato tutto alla grande e ne siamo usciti con classe.

Ci sono progetti in programma per questo 2016?

Stiamo scrivendo il nostro terzo disco, siamo già a buon punto nella composizione, ma probabilmente l’album non uscirà quest’anno. Nel frattempo il Perpetuo Tour continua per tutta la primavera, l’estate, l’inverno, l’eternità…

Foto di Tamara Casula

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