Iggy Pop – Post Pop Depression

Iggy Pop

Iggy Pop - Post Pop DepressionLoma Vista, 9 t.

Uscire di scena non è un compito facile. Come certi politici, troppe rockstar insistono nel rimanere aggrappate al palco anche quando la data di scadenza è passata da un pezzo. Non è il caso di Iggy Pop, che col suo nuovo e ultimo disco si è fatto una domanda e forse, alla Marzullo, dato anche una risposta: “Come sopravvivere a Iggy Pop dopo Iggy Pop?”. Sì perché il titolo Post Pop Depression dice già tutto, raccontando la difficoltà di sopravvivere al proprio personaggio, di congedarsi definitivamente dall’Iguana e tornare, finalmente, ad essere James Newell Osterberg.

In quello che ha tutta l’aria di essere un passaggio di testimone, per questo sua estrema unzione sonora Pop ha scelto di farsi accompagnare dal Re Mida del rock moderno, quel Josh Homme che da vent’anni trasforma in vibrazioni auree tutto quello che tocca, sia come musicista che produttore. Insieme al fido Dean Fertita e Matt Helders, batterista degli Arctic Monkeys, l’improbabile quartetto ha confezionato nove deliziose tracce di pura malinconia postmoderna.

A volerlo descrivere, Post Pop Depression è come un autobus semivuoto che viaggia nella notte americana, sostando quel poco che basta per raccontare cose importanti. Le prime due fermate Break Into Your Heart e Gardenia, sono un inno in cagnesco all’amore, mentre il vibrafono e il basso martellante di American Valhalla prendono per il culo la morte, che per Pop è “the hardest pill to swallow” anche perché “I’ve got nothing but my name“.

In the Lobby non sfigurerebbe in qualche disco delle Desert Sessions di Homme, ma il primo giro di boa arriva con Sunday, una piccola-grande suite di 6 minuti che mescola riff accattivanti, linee di basso sensuali e un generale senso di disillusione. “I’ve got it all / but what’s it for?” si chiede Iggy, senza mai, inutile dirlo, chiedere scusa: “I’m a wreck / What did you expect?“. Tra coretti alla Scissor Sisters e giri di chitarra da Oscar, la canzone tramonta come il sole amaro della domenica pomeriggio, sfumando in una melodia orchestrata che, a dirla tutta, ci ha strappato più di qualche lacrima.

Da qui il disco scivola via veloce come uno shot di tequila. Traccia dopo traccia, Homme riesce a tenere Pop al guinzaglio quanto basta, facendolo ululare come un coyote in Vulture, lanciandolo nel tunnel dei ricordi berlinesi in German Days o trasformandolo in un crooner per la dolceamara Chocolate Drops.

Poi arriva Paraguay, che riesce nel doppio (e impossibile) compito di essere una delle migliori closing track sia di un disco che di un’intera carriera. “I’m going where sore losers go / to hide my face / and spend my dough“, canta Iggy, facendoci capire che questo è un addio, anzi l’addio. A metà canzone però il sorriso sornione crolla, lasciando spazio alla rabbia animalesca, in un lungo monologo distorto che non lascia scampo a nessuno. “I wanna be your basic clod / who made good / And went away while he could / To somewhere where people are still human beings” urla l’Iguana mentre digrigna i denti, lanciandosi in un ultimo, velenoso, colpo di coda, diretto al mondo intero.

Al pari di Blackstar, tragico ma lucidissimo testamento musicale dell’amico David Bowie, Post Pop Depression è a tutti gli effetti un saggio musicale su come una rockstar possa e debba sopravvivere a sé stessa. Che il Paraguay possa guarire le tue profonde ferite, James. Intanto, grazie per questo mezzo secolo di musica vera, intensa e senza compromessi.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *