Alice – Weekend

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Alice - WeekendArecibo, 10 t.

Non è un mistero che quando un’artista riemerge, più che da un torpore, da una momentanea mancanza di stimoli in ambito di opere in studio non sia particolarmente facile tornare in auge in maniera dignitosa, salvo eccezioni. Carla Bissi, del resto, per anni andata ben oltre il basilare concetto di musica leggera, tre anni dopo Lungo la strada non aveva dato proprio una felicissima impressione con Samsara, disco che poteva e doveva essere migliore di quello che è. Stanchezza interpretativa, parrebbe, o forse un’ulteriore scivolata nella propria vasta carriera. Tuttavia, alla luce di ciò, è evidente come, per il disco in esame, se non si gode assai, almeno si possa affermare di avere a che fare con un’accettabile ripresa da parte di Alice. Un significato su cui si incentra, a distanza di due anni, Weekend, in quanto offre un’artista maggiormente aggraziata e a suo agio in una dimensione vagamente futuristica, anche quando si tratta di riprendere in mano brani pubblicati precedentemente. Non ci si esime dal rileggere Francoise Hardy e i richiami bowieani della sua Tant de belles choses, ribattezzata Tante belle cose, dal ripescare inediti dei Blue Nile, in questo caso Christmas, e soprattutto non ci si esime dal ricordare l’amico Claudio Rocchi recuperando una certa maestria, che passa dall’eterea e visionaria resa de L’umana nostalgia arrivando al manifesto La realtà non esiste, condiviso dall’altro amico e mentore Franco Battiato. E proprio di quest’ultimo (e Manlio Sgalambro) è uno dei momenti di maggiore rilievo del lavoro, la forte ondata di synth che muove i ritmi spinti di Veleni strappata a Sanremo, che fa il palo con la vena pop che trasuda nel recupero di Un po’ d’aria dei Soerba, ed una rilassante ed affascinante Viali di solitudine, firmata da Francesco Messina, mentre in una chiave maggiormente jazzy non è da meno il secondo duetto del lotto, quella Da lontano cantata con un Luca Carboni che pare ripercorrere nuovamente le tracce di Mare mare. Chiudono il cerchio lo spaccato romantico di Aspettando mezzanotte, della sola Alice, e la malinconia di Mino Di Martino di Qualcuno pronuncia il mio nome. Meglio di Samsara? Assolutamente. La Bissi eccellente degli ’80 probabilmente non tornerà più, ma un simile gradevole risultato può solo riabilitare la nostra come un personaggio ancora in grado di regalare qualche emozione.

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