Appino – Grande raccordo animale

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Appino - Grande raccordo animalePicicca/La Tempesta/Sony, 11 t.

Anni sabbatici, parentesi esplicite. Dopo Canzoni contro la natura e alla luce di ciò che poco prima aveva rappresentato Il testamento, veemente apertura di una parentesi da moderno songwriter d’autore, non è un mistero che nella mente di Andrea Appino il desiderio di arrichire ulteriormente tale bagaglio anche senza gli Zen Circus sia sempre stato presente. Un arricchimento che trova voce in una quasi definitiva scelta di cambiare le carte in tavola, concepita attraverso il passaggio dall’introspezione ad un viaggio in direzione di una landa il cui nome è già tutto un programma: Grande raccordo animale, ovvero la confusione e la lucidità, parti integranti del succo di un disco che presenta poco o nulla di quanto illustrato nella precedente opera, mentre a destare la dovuta curiosità è il contatto con il reggae, diretta conseguenza della produzione di Paolo Baldini (già con i Tre allegri ragazzi morti), che si oppone alla cadenzata variante presente nel ritratto di Rockstar, brano con i suoi punti favorevoli ma meno rilevante del lotto: tre esempi lapalissiani di cotanta svolta sono l’amore platonico dell’ingranante La volpe e l’elefante, L’isola di Utopia ed un’Ulisse situata nel mezzo, tra andamenti in levare, come se simili momenti facessero da perno ad una dicotomia a cui sottostanno una title track dalle venature caraibiche ed il cupo paesaggio che si staglia una volta sopraggiunta Nabuco Donosor, e non è un caso che siano i due momenti di punta del disco. Altrettanto rilevante è Buon anno (Il guastafeste), che dalla vena malinconica e dylaniana arriva ad un mood beffardamente festaiolo, lo stesso che tornerà nella conclusiva Tropico del cancro, mentre più vicine al rock sono Linea guida generale e Galassia, la prima, per quanto con le dovute distanze, unico rimando a quello che è il suono Zen, la seconda infettata da accattivanti espedienti electro, mentre New York risulta un po’ più asciutta e adatta ad una dimensione pop di massa, per quanto non disprezzabile. Ne esce, in generale, un Appino che una volta ritrovata la calma forgia un ritorno forse discutibile, ma non privo di quelle sorprese da sempre divenute suo marchio di fabbrica, con o senza la band madre, e proprio per questo valido. Se lo si dovesse configurare persino in un’ottica maggiormente accessibile ai più, certamente farebbe la differenza rispetto ad altre blasonate proposte.

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