My two cents#27

In questo numero: Ottone Pesante, Black Tail, Licia Missori, Astolfo sulla Luna, Mimosa, Any Other, For Food, Brothers in Law, Oren Ambarchi/Massimo Pupillo, Betty Poison

Ottone Pesantes/t EP (B.R.ASS/SoloMacello/ToomiLabs, 5 t.)

Il metal senza il metal: inusuale dicotomia, eguale intensità. Se in principio alle chitarre si sostituirono gli archi, ben adoperati dagli Apocalyptica dei primordi con le rivisitazioni dei Metallica, ora a farsi avanti nei confini nostrani è l’altrettanto affascinante idea dei fiati, già nel caso del sax un elemento fondamentale della dimensione jazz-core, come insegnano gli Zu, ma stavolta ad avere voce in capitolo sono tromba e trombone. Paolo Raineri, Francesco Bucci e Simone Cavina, il nucleo degli Ottone Pesante, sono pienamente consapevoli di ciò, e nelle cinque tracce di questo EP d’esordio danno luogo ad un tritolo tanto grintoso quanto divertente, una sinergia originale dove a susseguirsi sono lo scatenato melodic death di Blacksmith Surgery, il thrash di Grindstone e l’incedere heavy di Blood Casting, senza per questo lasciarsi sfuggire la possente regalità di Brassphemy, molto slayeriana, e di una Evil Anvil in cui fa capolino l’indole hardcore, adeguato sunto del risultato generale. Una scommessa, da parte del trio faentino, riuscita e gustosa. Gustavo Tagliaferri

Black TailSpringtime (VDSS/MiaCameretta, 9 t.)

Cadono foglie autunnali su Springtime, in una tempesta di melodie melanconiche e di richiami al cantautorato lo-fi. Ispirandosi ad artisti come Elliott Smith o Mark Linkous, i Black Tail attuano una rivoluzione hi-fi, in linea con alcune produzioni contemporanee. Il rumore “sporco” di una testina fonografica lascia spazio a suoni definiti, al contrario di quanto avveniva in capolavori quali Vivadixiesubmarinetransmissionplot. Inoltre, nonostante la struttura di alcuni brani ricalchi quella degli artisti citati pocanzi, in diversi momenti il quartetto romano riesce a stupire per scelte stilistiche fuori contesto. Questo è quanto si può notare, ad esempio, in How to Be Lost at Sea, dove è evidente la rielaborazione di canoni psichedelici di derivazione beatlesiana. Springtime, dunque, rappresenta la sintesi di influenze e atmosfere differenti, ricomposte in una perfetta miscellanea postmoderna. Daniel Sappino

Licia MissoriNeverland (Autoproduzione)

Un pianoforte sulle spalle, una carriera con gruppi quali Belladonna, Spiral69 e recentemente Neverflowers e The Dark Side of Venus: nella grazia e dolcezza di Licia Missori si legge un legame tanto con il pop quanto con i grandi compositori, ma è solo una parte di un vasto bagaglio culturale che la rende un’artista a tutto tondo distante da un Ludovico Einaudi. Neverland, secondo capitolo da solista, traccia un percorso in cui a spiccare è un repertorio tutt’altro che scontato, dove c’è spazio per brani semplici e dalla caratura autoriale (Autunno, Antartide, una Song for Alex velatamente rock), ma anche per situazioni caratterizzate da variazioni classicheggianti (Foglie rosse nel vento, Danza delle fatine dei ghiacci, Il pozzo e il pendolo), nel nome di un silenzio rotto dalle voci di Valentina Spreca e Ida Elena De Razza (la title track). Aggiungendo momenti un po’ più onirici (Sansula Dreaming) ed altrettanti giocosi (Suite della Coccinella, L’ispettore Kajetan) il risultato è un lavoro riuscitissimo, che conferma come si possa andare oltre i soliti nomi in merito al concetto di “piano solo”. Gustavo Tagliaferri

Astolfo sulla Luna –  Ψ² (MiaCameretta/Naked Lunch/Toten Schwan/Cave Canem DIY/I Dischi Del Minollo/Edwood, 10 t.)

Tra post-punk, post-rock e hardcore, il primo LP degli Astolfo Sulla Luna prosegue il discorso intrapreso con Cancrogenia, ma propone alcune variazioni sul tema che rendono Ψ² un interessante esperimento sonoro. Un’immersione psichedelica, ad esempio, viene veicolata dalla presenza del sax  in The Dry Salvages e Ibis redibis non morieris o dal carillion nel finale di Entscheidungsproblem. L’assedia, invece, attraverso il riff ossessivo delle chitarre, riporta alla mente capolavori noise come Then Comes Dudley  dei Jesus Lizard. Mentre queste influenze sono abbozzate e rielaborate in una forma personale, il cantato e la struttura ritmica dell’album sono troppo legati al sound di band come i Massimo Volume. Il primo album Astolfo sulla Luna è una conferma delle capacità compositive della band, un ulteriore passo in avanti nella ricerca di un’estetica sonora personale, risultato di una rielaborazione dei canoni di riferimento. Daniel Sappino

MimosaLa terza guerra (Gas Vintage, 11 t.)

La formazione teatrale, tra un Giulietta e Romeo e un Cinque allegri ragazzi morti, ha certamente una grande funzione e favorisce il saldo di un conto da tempo lasciato in sospeso, quello di un autentico esordio in studio: Mimosa Campironi, ne La terza guerra, non solo pone le sue basi proprio nel teatro, come denotano la marcetta sbilenca della title track, la girandola sociopolitica de Gli effetti ed il recitato di Voglio avvelenarmi un po’, ma incarna le voci di tante donne, situate in un pop basilare per Arance ed onirico nel romanticismo de Il ragazzo sbagliato, colmo di pulsazioni elettroniche (La palestra della scuola) e rilassante nella ninna nanna di Denti, passando per la ballata pianistica meta-medioevale di Bambola e l’excursus da prog 70’s della sommessa preghiera di Fakhita fino ad un’impronta d’autore, quella dei due picchi dell’opera, la confessione di Non ero io e il ricordo tra passato e presente di Fame d’aria. Il risultato è un disco da tenere d’occhio di un’artista la cui sinergia tra canto e recitazione denota una vocazione pienamente realizzata e rafforzata. Gustavo Tagliaferri

Any OtherSilently. Quietly. Going Away (Bello, 10 t.)

Dal progetto Lovecats, Adele Nigro ha spesso messo in mostra una vena compositiva non comune, un’impronta vocale che appartiene a pochi altri artisti. Il primo album degli Any Other parte da qui, ma va oltre. Erica Lonardi (batteria) e Marco Giudici (basso e tastiere), infatti, creano una meravigliosa sezione ritmica, riescono a esaltare le linee vocali di ogni brano e aggiungono sfumature differenti al sound della band. Una traslazione dal folk al lo-fi, attuata anche attraverso chitarre elettriche e fuzz. Blue Moon e Teenage, forse, sono i momenti più significativi di questo (ri)avvicinamento a sonorità tipiche dei Built to Spill o dei Modest Mouse. In Sonnet #4, invece, è la linea vocale a prendere il sopravvento, anche in termini di volumi. Silently. Quietly. Going Away è un album maturo, denso di emotività, di melodie melanconiche e rappresenta, sicuramente, una delle migliori proposte musicali italiane. Daniel Sappino

For FoodDon’t Believe in Time (Fooltribe, 8 t.)

Una costante sporcizia che cede il passo alla distorsione. Il DIY, il lo-fi, le conseguenze dell’EP Snow: come se, osservando Ferrara, non si riflettesse la sola disillusione, ma la necessità di crescere, di seguire canoni di stampo 60’s/70’s senza rimanere stagnanti. Per i For Food un album come Don’t Believe In Time denota simili constatazioni illustrando come ci si possa muovere tra folk e voodoobilly (City Lights) e contemporaneamente mettersi in proprio una volta sopraggiunto lo spirito di Nico (Twin Pigs), come si possa spaziare tra istantanee psych-tribal-garage (Love Sex & Drugs) e cavalcate rock (Opium New Year), come si possa persino pescare a piene mani dalla spiritualità secondo una deriva che va da un proto-punk indiano (Boom) ad un blues allucinato (Snow) e pertanto raggiungere lo zenith con acide marce funebri il cui vago sentore mariachi viene dissipato lasciando spazio ad uno squilibrato finale (Le petite mort). Don’t Believe in Time, appunto: più che il passato è il futuro che conta, e se ne sente non poco in queste note. Di massimo rispetto. Gustavo Tagliaferri

Brothers in LawRaise (WWNBB, 8 t.)

Un’ascesa gaze tra pad eterei sospesi in una dimensione parallela. L’opera seconda dei Brothers in Law, Raise, riprende il discorso del precedente Hard Time for Dreamers, ma ne estende i confini sonori. Ancor più che nell’album precedente, infatti, la band pesarese mette in risalto la stratificazione dei suoni, degli arpeggi, delle armonizzazioni fra chitarre, voci e tastiere, dando vita a uno spazio acustico estremamente dilatato e a un muro sonoro, presente sin dal primo brano (Oh, Sweet Song), che raggiunge i suoi momenti più alti in Middle of Nowhere e Through the Mirror. In No More Tears, immersa fra i riff e le melodie, emerge una sezione ritmica che, come in certi brani dei Toy o degli Horrors, si trasforma e cresce fino ad esplodere nel finale, avvolgendo l’ascoltatore. Raise, dunque, mette in evidenza una minuziosa ricerca sonora, tanto in fase di produzione che di composizione, risultando uno dei più convincenti esempi di nu-gaze italiana. Daniel Sappino

Oren Ambarchi/Massimo PupilloSubsound Split Series #4 (Subsound, 2 t.)

Profondo rosso. Il Boia Scarlatto e Lady Morgan. Di Pupillo in Pupillo, macchina e carne in concomitanza con una quasi omonimia, nel compimento definitivo. Da industrial, jazz-core e hip hop a carne e sangue, per un cuore pulsante che batte al violento ritmo di un basso il cui Pupillo, dagli Zu, è Massimo e la cui controparte, di scuola ambient, è un Oren Ambarchi da sempre avvezzo a processi manipolatori. Dentro e fuori lo stivale per la Subsound risultava più che doveroso concentrarsi sulla sperimentazione per il quarto capitolo dei suoi split. Il risultato è una Frizione che introduce un esperimento condotto in oscure e sinistre stanze, dove l’elettronica va di pari passo con andamenti free di lì a poco interrotti e scanditi da una batteria sommessa ma intensa e spettrale, come il ticchettio di un orologio, con una sensazione più drone che doom dietro l’angolo ed un andamento ascetico, dal sapore spirituale, dove tutto dalla seconda parte assume maggiore valore e risulta particolarmente rumorista grazie a nervose intrusioni di basso ed impulsi elettronici a mò di transistors impazziti. Ennesimo centro, ennesima decisa svolta. Un excursus che dà ulteriore lustro alla label romana. Gustavo Tagliaferri


Betty PoisonJøy EP (SFEM, 6 t.)

Strana la vita per chi si trova fuori dal mucchio. Da Frosinone alla Germania, da Colonia a Berlino. Tutto normale, si direbbe. La personalità non è mai stata un optional per i Betty Poison, artefici di due soddisfacentissimi album in studio, eppure bisognava fare il punto della situazione, in merito ai propri pregi e nel conseguimento di quel quid non ancora raggiunto del tutto, a livello generale. Le sei tracce di Jøy rappresentano il frutto di un simile calvario, come si evince dalla voce, ormai definitivamente realizzata, di Lucia Rehab, bacio seduttivo e coltello vendicativo nell’odi et amo di I Want to Kill You, nell’ossessiva sferzata di I Fucked Your Mother e in una rilassata I’m Getting My Face Kicked facente da antitesi, e da un’intimità che è propria di testi come di musiche, vedesi l’incedere di batteria a mò di pendolo di Death Row ed i riff furenti e al contempo onirici di Nunzio, situati in Vipers Bite, ma in particolare la lapidaria e sospesa constatazione di No One Left, permeata di atmosfere industriali e, perché no, neubauteniane. Un quadro che conferma Jøy come il lavoro maggiormente rilevante e maturo sfornato dalla band. Gustavo Tagliaferri

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