Bruce Springsteen and the E Street Band – Circo Massimo, Roma

Bruce Springsteen and the E Street Band

16 luglio 2016

Quando si assiste ad un concerto, molto spesso ci si sofferma solamente sulle emozioni che noi, da spettatori, proveremo assistendovi. Presi dai nostri brividi, difficilmente ci capita di pensare a cosa stia pensando chi abbiamo davanti.

Il 16 luglio, nella suggestiva cornice offerta dal Circo Massimo, questo gap è stato però colmato, ed è emerso – negli occhi di chi ci ha messo la faccia e la voce – una commozione tale da rendere l’atmosfera magica. E quello che Roma ha offerto a Bruce Springsteen è stato ripagato nel modo giusto.

Sotto un cielo tinto ancora di arancione, laddove duemila anni fa le corse delle bighe erano all’ordine del giorno, in un’atmosfera colossale e irreale allo stesso tempo, la serata sembrava promettere bene. Direte voi, chiunque avrebbe potuto fare bella figura in una tale cornice. Sarà, ma quello che è certo è che, con la sua proverbiale modestia, il Boss ha voluto farci sentire a casa più di quanto non lo fossimo già, rendendo la sua figura non solo bella, ma addirittura sublime.

È il tema principale di C’era una volta il West ad aprire lo spettacolo, una delle composizioni più celebri e celebrate di quel mostro sacro che risponde al nome di Ennio Morricone. Bruce appare sul palco accompagnato dalle note suonate dall’Orchestra Roma Sinfonietta, ma non lo fa con l’aria del rocker impostato e baldanzoso. Gli basta invero un semplice sorriso, mezzo addirittura, per catalizzare su di sé l’attenzione degli astanti. E con gli occhi visibilmente sbarrati, sussurra un “Vi amo” e dà fuoco alle polveri con una delle sue composizioni meno eseguite dal vivo. Con le prime ombre del crepuscolo ormai calate sulla città, e soprattutto dopo il tema morriconiano che ha provocato la pelle d’oca ai presenti, effettivamente, scelta migliore di New York City Serenade non poteva esserci.

Imbracciata la sua fedele acustica, Springsteen incomincia a scaldarsi e a scaldare, fino a quando rompe il ghiaccio con i presenti. L’italiano non sarà perfetto, ma il messaggio arriva comunque diretto: “Sono felice di essere nella città più bella del mondo, daje Roma”. Sarà pure una frase scontata, e pure un po’ paracula se volete (daje Roma a parte), però prima o poi, la verità la si dice. E forse sarà stata proprio quella sua aria per niente impostata e anzi molto naturale a renderlo assai credibile.

Fatto sta che si gioisce. Si esulta. Ci si commuove. Tutti con gli occhi pieni di orgoglio. È questo il momento ideale per velocizzare il metronomo. E allora, via col rock. Badlands, Summertime Blues (prima richiesta del pubblico), Sherry Darling, Jackson Cage. I ritmi sono alti e il cantante di Jersey City non concede nessuna tregua, tanto è vero che alla fine non si conteranno pause, neanche la manfrina dei bis strappa-applausi. Riposarsi, per il Boss, significa accarezzare la sua acustica. Indipendence Day, a luci spente e col cielo ormai buio, regala sessantamila emozioni. La sua interpretazione magistrale, accompagnata dal sassofono di Jake Clemons, squarcia le tenebre.

Il concerto prosegue, con continue richieste puntualmente accontentate dalla band e da molti pezzi storici: Hungry Heart, The Ghost of Tom Joad fino alla tanto attesa The River, che ha battezzato lo stesso tour. È qui che il Boss sembra lasciarsi andare, apparendo visibilmente commosso nei tre maxischermi montati sul palco. La sua commozione sembra essere contagiosa: per un cantante, per un rocker, un artista o, più in generale, per qualcuno che voglia trasmettere emozioni, c’è qualcosa che va oltre le urla e i brividi del proprio pubblico. E quel qualcosa è il silenzio. Per qualche breve, lunghissimo minuto, i sessantamila restano impietriti davanti a un uomo armato di sola chitarra. E ascoltano, e basta. Solo un vero artista riesce a farlo. E Bruce c’è riuscito con Drive All Night, posta subito dopo una carnale Tougher Than the Rest cantata quasi labbra a labbra con l’affascinante Patti Scialfa.

Il punto di svolta coincide con l’invocazione di maggiore trasgressività e popolarità: Because the Night segna l’inizio di un lungo respiro che si concluderà, senza soluzione di continuità, con i successi più rock del Boss. L’assolo di chitarra di Nils Lofgren è semplicemente mostruoso: infinito, veloce, quasi surreale quando lo stesso chitarrista incomincia a roteare su una sola gamba! E di nuovo, pronti via. Il sax non sarà quello di Big Man Clarence, ma certo è che suo nipote Jake ha saputo come rimpiazzarlo. Roma lo sa, e se ne convince ancora di più quando arriva il momento di uno dei trittici più potenti a cui la E-Street Band ha dato vita: Jungleland è un delirio. E poi: Born in the USA, Born to Run, Dancing in the Dark. Non si respira. Si salta, si canta a squarciagola. E lo si fa insieme, perché il Boss lascia aperta la porta di casa – il palco – alla sua gente, lasciandola salire sul palco.

C’è tempo poi per un’altra gloriosa invocazione: Shout degli Isley Brothers, diventa un gioco, un botta e risposta infinito tra il Boss e il pubblico, più stremato del sessantaseienne americano. Perché è proprio il Boss il primo a divertirsi nonostante le tre ore e cinquanta minuti già trascorse. Sessantasette anni e non sentirli. Tanto, a ringiovanire, ci pensano il rock. Il rock e l’abbraccio ideale del tuo pubblico. Di tutti e sessantamila.

Il concerto si avvia alla sua conclusione. Bruce allora decide di chiudere come aveva iniziato quarantuno anni fa, con un’armonica davanti alla bocca e una chitarra in braccio. Solo sul palco, nudo, senza la magistrale e protettiva E-Street band. Lui e noi. Thunder Road è la ciliegina sulla torta che stende i presenti. Voce, chitarra e silenzio. Almeno fino a quando non decide di rivolgere il microfono verso i sessantamila, per ascoltare di rimando un coro che, all’unisono, intona “Show a little faith, there’s magic in the night. You ain’t a beauty, but hey you’re alright. Oh and, that’s alright with me”. Roma chiama. E Bruce risponde con un commosso “Perfetto”.

Esatto, perfetto, come perfetta è stato la sua esibizione. Quattro ore, trentacinque brani, sessantasette anni, sessantamila spettatori e un inestimabile mix di emozioni che difficilmente potranno ripetersi. Tutti questi numeri possono riassumersi con un 10 in pagella. C’è poco da fare: se c’è il suo nome sui libri di Storia musicale, un motivo ci sarà. Bruce Springsteen lo ha dimostrato. E ha zittito tutti.

Alessandro Iacoucci

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