Tre Allegri Ragazzi Morti – Villa Ada incontra il Mondo, Roma

Tre Allegri Ragazzi Morti

28 luglio 2016

Non so voi, ma io quasi avevo dimenticato che i Tre Allegri Ragazzi Morti fossero attivi da oltre vent’anni. Sarà il nome, “ragazzi”, sarà che il tempo scorre inesorabile e non avverte, sarà come sia ma l’unico fatto è che correva l’anno 1994 quando si formarono e iniziarono a buttare giù le prime canzoni. Ventidue anni or sono, a voler fare i precisi. Roba da vertigini, a volersi guardare indietro. Un arco temporale davvero lungo e che inizia ad abbracciare ormai due generazioni.

Davvero: appena arrivo nella zona dinanzi al palco, vengo rapito da un’immagine che mi accompagnerà durante il concerto, nel dopo e anche nei giorni successivi. Padre e figlio di cinque/sei anni più o meno, insieme, in attesa dell’inizio, uno sulle spalle dell’altro: le mani piccole del bambino strette tra quelle forti e protettive del genitore e la caratteristica maschera a forma di teschio sul suo viso. Uno scambio di testimone ormai concretizzatosi.

Già, la maschera. Passeranno pure gli anni, cambieranno anche le motivazioni sul perché indossarla, ma quella resta lì, fissa sul viso di Enrico Davide e Luca, a nascondere la loro l’identità. È così che, ancora una volta, salgono sul palco. Ad accompagnarli, come succede da un po’ di tempo, la chitarra elettrica di Andrea Maglia, a cui si aggiungono – per questo tour estivo di Inumani – direttamente da NYC la chitarra acustica e il charango di Monique Mizrahi.

“Ciao gente”. Il saluto è veloce e senza fronzoli, ci sarà tempo per interagire con i presenti. L’attacco invece pesca nel loro più recente passato, Come mi guardi tu, seguita subitissimamente da La via di casa. Un ottimo uno-due preparatorio a quella che, a tutti gli effetti, è la prima emozione vera, Il principe in bicicletta – dedicata a “tutte quelle ragazze che almeno una volta hanno fatto le cameriere”. E infatti, da qualche metro dietro me, sento urlare in maniera tanto sguaiata quanto sincera il primo di una lunga serie di grazie.

Ne seguiranno diversi altri. E non solo dall’urlatore posto a custodia delle mie spalle. A scaldare il cuore sono soprattutto le canzoni dei primi album: Occhi bassi, Voglio, Mio fratellino ha scoperto il rock’n’roll. Qui i ritmi iniziano anche ad alzarsi, nelle primissime file inizia a farsi strada un sano e liberatorio pogo, tenuto sotto controllo dai TARM attraverso una scaletta ben equilibrata nel miscelare accelerate e frenate velate di malinconia (La faccia della luna) o di ritmi in levare (Puoi dirlo a tutti). Fino all’esplosione finale, Francesca ha gli anni che ha e, soprattutto, Mai come voi – che dà sempre grosse soddisfazioni con il suo incedere grunge e quel testo che picchia forte come un becco di un falco (“La vita lontana da ogni cliché/ cercala è dentro di te”).

Vecchi successi, ok, ma non mancano quelli nuovi. “I TARM arrivano da un tempo lontanissimo in cui i telefonini non esistevano” racconta con fare da cantastorie d’altri tempi Davide Toffolo, aggiungendo: “Eppure anche noi adesso siamo… Persi nel telefono”. E poi C’era una volta ed era bellissimo. E poi ancora il singolone In questa grande città (La prima cumbia): Toffolo ci chiede di sfregare le mani per riprodurre la tipica ritmica, così come fece per lui un percussionista cubano, “dalle mani grandi e callose”, a cui confessò per primo la sua volontà di cimentarsi con questa musica della tradizione colombiana.

Come di consueto, calato il sipario sulla prima parte, e prima dei bis, Toffolo ritorna sul palco, da solo, a ‘sto giro indossando un mantello e una corona da re, annunciando la fine dello spettacolo: “La vita è cattiva ma non l’ho inventata io, il concerto è finito!”. Come altrettanto di consueto, il pubblico, il suo pubblico lo subissa di affettuosi vaffanculo. Una specie di catarsi per chi li urla, un modo – per chi li subisce – per ricordarsi da dove si viene e rimanere coi piedi per terra.

A proposito del pubblico. Tra aneddoti e gag, ci scappa anche un aggettivo che qualifica quello romano come “il migliore”. Lì per lì può sembrare una paraculata belle e buona – è quello che ho pensato in effetti. Poi però il bis di “altre cinque stupidissime canzoni” si esaurisce, i TARM salutano – “Bacini e r’n’r, l’augurio è sempre il solito, concludere la serata facendo l’amore, qualunque siano i vostri gusti sessuali” – ma el Tofo attacca altre due canzoni (Mai come voi e La tatuata bella). Le ultimissime? Neanche per idea. “Qualcuno sa che ora è?” chiede, quando gli orologi segnano cinque minuti a mezzanotte. O forse da cinque minuti abbiamo oltrepassato la mezzanotte. Come che sia, via, altre due canzoni, altre due emozioni (Ogni adolescenza e Francesca ha gli anni che ha). Tutto finito? Quasi.

“È questa la mia fortuna/ Che sono nato qua/ Ad un passo dalla luna/ E prenderla quando mi va” (Ad un passo dalla luna). La chiusura è affidata a uno dei pezzi più poetici e sognanti di Inumani. Eppure, l’astro celeste su cui Astolfo perse il senno, evocato in questa e altre canzoni, è forse il grande assente della serata. Sarebbe stata la ciliegina decorativa a romantico suggello di un’epica notte estiva.

Ho esagerato con gli aggettivi? Neanche Toffolo si è contenuto. Gli ho solo reso grazie. Almeno in minima parte. Bacini rock’n’roll e… alla prossima!

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2 Comments

  1. Gigione

    23 agosto 2016 at 08:33

    Mio fratellino ha scoperto il rock&roll è una cover…

  2. Chris

    25 agosto 2016 at 20:53

    Ciao Gigione, grazie per il commento.
    Sì, hai perfettamente ragione, è una cover degli Art Brut. Lo sapevo. Lo sapevo ma l’ho dato per scontato. Anche il fan dei TARM – e il live report l’ho scritto pensando a loro come lettori – credo lo sappia (o almeno dovrebbe). Ma non tutti lo siamo, fan dei TARM. E quindi è giusta la tua osservazione.
    Peace.

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