Il Muro del Canto – Fiore de niente

Il Muro del Canto

Il Muro del Canto - Fiore de nienteGoodfellas, 13 t.

In primis va chiarita una cosa: fossilizzarsi sul concetto di tradizione in merito ad un gruppo del genere significa andare, in qualsiasi modo la si giri, fuori mano, essendo un contesto molto più caro ad altre coetanee realtà inserite nel vasto Lazio romanesco dell’ultimo decennio. Il Muro del Canto, da quella Luce mia dove tutto iniziò, lo ha capito più che bene, facendo sì che la romanità dark venuta fuori con L’ammazzasette (2012) trovasse un adeguato equilibrio con il movimentato passo avanti di Ancora ridi (2013). Non sembra difatti un caso che Fiore de niente, loro terzo album in studio, risulti anche per questo il loro maggiormente introspettivo, dove la sensazione di trovarsi davanti ad una determinante svolta sembra essere dietro l’angolo ed ogni composizione costituisce una sfida in più per una voce portante quale quella di Daniele Coccia. Rimane ovviamente l’immaginario western, su cui si stagliano la galoppata Ciao core, che sembra burlescamente fare il verso nel refrain a Luigi Tenco, lasciando però che ogni aspettativa venga dissipata grazie anche ad intermezzi lievemente gitani, ed allo stesso modo il fermento che caratterizza una title track dall’aspetto frenetico e dal cuore ballerino ed un’andante, ordinaria ma non per questo poco rilevante Venerdì, ma non sono da meno la rabbiosa e forsennata Figli come noi, un folk che echeggia al country, ma soprattutto mosso da atmosfere mariachi, in contrasto con l’indole rumorosa e teatrale di Ginocchi rossi, il blues decadente che incarna la breve Se i lupi verranno a bottega, l’intenso excursus de La neve su Roma, una L’anima de li mejo che è latineggiante eppure incattivita e soffocata dalla decadente fisarmonica di Alessandro Marinelli, se non incalzante almeno quanto l’ancor più marcata Come tre, abbellita da agguerriti riverberi conclusivi, in quadro dove i due apici sono rappresentati dalla cupa preghiera di Madonna delle lame è capace di catturare, a livello viscerale e non, rivelandosi come uno dei brani di maggiore rilievo del gruppo, e a fargli buona compagnia è il romanticismo, inscenato su un sempre più sfrenato tango che sfocia sul rock, alla base di Quando scende la notte. Tuttavia c’è spazio anche per Alessandro Pieravanti, batterista oramai non più relegato alla sola condizione di uomo da 500 (da L’ammazzasette): anche nella sua condizione di unica parentesi del lotto, Domenica a pranzo da tu’ madre, nella narrazione di una rimpatriata in famiglia, cela una tristezza di fondo che è anche allegria, culminando in un finale nel quale paiono rivivere quegli En Plein Air un tempo patrimonio di Eric Caldironi e Ludovico Lamarra, rispettivamente bassista e chitarrista, in un mood tendente più ai Low che ai Dirty Three. Forse rispetto ai due lavori precedenti Fiore de niente può risultare maggiormente ostico, ma indubbiamente lascia un’altra idea assai positiva dell’evoluzione che Il Muro del Canto ha scelto di affrontare. Senza risultare controproducenti.

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