Cesare Malfatti – Una città esposta

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Cesare Malfatti - Una città espostaAdesiva Discografica, 13 t.

È chiaro come sull’EXPO di Milano si sia detto e ribadito e tutt’ora si ribadisca di tutto e di più, come altrettanto il fatto che, per quanto condivisibile in grande maggioranza, questa non sia la sede maggiormente consona per marcare ulteriormente il concetto. Pertanto il quesito viene spontaneo: è possibile cercare di destrutturare qualcosa di controverso focalizzandosi solo su una manciata di opere divenute fulcro principale del tutto? Cesare Malfatti, dopo Una mia distrazione, pare assai determinato e di conseguenza riesce a dare una risposta affermativa. Una città esposta è un album che svia dalla sola parte estetica del progetto concentrandosi su una narrazione collettiva a sua volta ritratta in una mastodontica esposizione composta da tanti quadri ben incastrati, adeguatamente interpretati da una voce che, malgrado risulti flebile e sussurrata, riesce a dare vita ad essi. È così che, con l’apporto di colleghi come il compagno passato di avventure Alex Cremonesi, Paolo Benvegnù, Luca Morino (Mau Mau) e Francesco Bianconi (Baustelle), ma anche Luca Gemma, Gianluca Massaroni e Vincenzo “Cinaski” Costantino, artisti come Michelangelo, Hayez, Fontana e persino Cattelan si ritrovano immersi in sfumature prima dreamy poi funky sottese da incessanti drum machine che sottendono la venuta al centro di Quarto stato e seguono una corrente elettronica che ne Il bacio è altrettanto dilagante, se non mnemonica, come altrettanto incalzante, per quanto meno digitale, tra le note di piano Rhodes, è l’andamento di Mozart (il figlio), ma anche di Cascina Campazzo, lungo un contrasto che vede anche il pop etereo di Concetto spaziale e ballate romantiche quali La pietà ed introspettivamente folk come la conclusiva Lo sposalizio della vergine, fino ad un rock che, trafitto da espedienti futuristici premonitori al limite del noise, irradia L’ultima cena e sembra coadiuvare battiti lounge, andamenti jazz e riff nervosi ne El tombon de San Marc, prediligendo invece un’accezione blueseggiante nella breve Ho Chi Minh, come tasselli di un linguaggio artistico che fa di Milano non solo la cornice, ma anche un soggetto diretto ed indiretto sospeso tra la funkeggiante eppure rilassante antitesi, dai rimandi acquatici, tra realtà e finzione di M il carattere di Noorda e la sola realtà che si fa avanti al ritmo schioccante eppur soffuso de Il teatro continuo ed alle vibrazioni organistiche di L.O.V.E.. Una missione controversa quella compiuta da Malfatti, ma indubbiamente riuscita, soprattutto grazie a quel tocco che da sempre caratterizza l’artista. Una città esposta al punto da risultare sconnessa dal solo EXPO, e male non è.

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