Spiral69 – Second Chances

Spiral69

Spiral69 - Second ChancesRehab, 10 t.

Pochi, ma fondamentali, obiettivi: rifuggire dalla sofferenza, lasciarsi dietro pagine indelebili al punto da risultare lesive per la propria persona e di conseguenza ricominciare, non necessariamente da zero. Ora più che mai Riccardo Sabetti è un uomo tutt’altro che estraneo a simili situazioni ed evidentemente la concezione dell’album in esame, da qualunque parte la si veda, ha una grande valenza a livello personale ma soprattutto se inerente al nucleo della propria creatura. Second Chances non è solo la prima fatica degli Spiral69 ponderata, anzichè in solo, dall’intera formazione, ma è probabilmente il lavoro che conferma come, da quasi un decennio, la voglia di andare avanti lontano da ogni stagnazione è più fervida che mai, nello spazio ritagliatosi all’interno della dimensione rock-wave-elettronica gradualmente venutasi a creare in Italia, là dove le premesse di Alone lasciavano ben intuire le intenzioni future. È un equilibrio sonoro ulteriormente rafforzato quello che muove il gruppo di Sabetti, secondo una continua evoluzione che vede i suoi frutti in più occasioni, dagli espedienti strabordanti che passano dalla parte della rilassante trasmutazione, fornita di contrasto tra giochi classicheggianti e spiazzanti e nervose chiose, che caratterizza Your Halo e dell’insolita e misteriosa sintonia 2-step tra un mood alla Nine Inch Nails ed espedienti pop e r’n’b nel simil-divertissement XXX a momenti carichi e rinforzanti come Liar e Ritual, la prima animata da spinte elettroniche, la seconda una composizione maledetta, tirata, peccaminosa. A sua volta lo spirito wave di base non viene certamente meno, poichè permea le struggenti note di una carica Goodbye ed il crescendo lievemente 80’s di Colors and Grey, e la rilevanza da parte delle ballate di turno è in costante aumento, che sia accennata nei violini che sottendono un’esplosiva title track oppure definitivamente accentuata con una dose di sensualità e disperazione, come nel duetto con Mimosa Campironi di No Mercy, o tra i battiti della conclusiva Nothing, forse la Hurt di un giovane Trent Reznor che al posto dell’atto suicida di The Downward Spiral ha scelto come anticipazione i sussurri, i tintinnii, la cupezza e la solarità, Eros e Thanatos che non tanto annichiliscono, quanto abbelliscono la strumentale The Art of Losing Ground. Soddisfazioni sempre più evidenti, a quanto pare. Che con Second Chances il disco della svolta, dopo anni, sia finalmente giunto? Possibile, mentre è cosa certa che da parte degli Spiral69 ci si trovi di fronte ad un’altra fatica ineccepibile, che li conferma come un orgoglio fin troppo sottovalutato in quel dello stivale. Ingiustamente.

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