Marnero – La malora

Marnero - La maloraSangue Dischi/To Lose La Track/Shove/Escape from Today/Fallo Dischi, 9 t.

“Brucia le carte false, brucia il manuale.”

La fine di un naufragio, o così dovrebbe essere, dopo la perdizione all’interno del mare del Maccosa. Il compimento della Trilogia del Fallimento ed al contempo l’inghiottimento in un ulteriore gorgo, meno soffocante al di fuori del livello mnemonico. Uno, nessuno e centomila le personalità in cui si imbatte l’Io, ora come allora. La condizione di pesci fuor d’acqua da parte dei Marnero è tale per cui l’esistenzialismo rappresentato in forma sonora è tale da andare di pari passo con la trasposizione letteraria del proprio pensiero, vista anche la concomitante uscita di un apposito libro: La malora, appunto. Nel terzo album in studio della band la chiusura del cerchio aperto con Naufragio universale è ulteriormente marcata non solo da delle sonorità sempre affascinanti, coinvolgenti e mai uguali a loro stesso, ma soprattutto dalla profondità dei testi declamati, sputati fuori da una voce ed un grido narranti rappresentati da John D. Raudo, senza alcun dubbio tra le cose maggiormente nichiliste e a loro modo poetiche che la corrente post-hardcore nostrana abbia visto maturare negli ultimi due decenni. È una narrazione dove l’esperienza del protagonista di turno è tale da lasciarsi sedurre, inebriare, stordire ed affondare dagli struggenti archi che sottendono la salmodia di Porti e labirinti, storia di un Teseo lontano dalla terraferma, senza Minotauri e fili, quanto piuttosto soffocato da un ulteriore vuoto interiore, dall’excursus il cui clou è un silenzio interrotto sommessamente dal dialogo, specchio di L’ubriaco e il cieco, marcato ulteriormente da una conclusiva e distruttiva ondata di memoria metal, da Il clandestino e il marinaio, che funge da ponte levatoio screamo-punk freneticamente indirizzato verso le porte dell’inferno, le cui violente impennate di chitarra culminano in uno spoken word, lo stesso il cui sapore a metà tra progressive e doom permea Il baro e il bambino, una storia di scommesse, sconfitte, crescite interiori, giovinezza sacrificata a favore di una vecchiaia giunta al compimento in cui gli archi sembrano sottendere il giudizio finale, nel loro agire freddo eppure tagliente, dalla cupezza, cadenzata prima, frenetica poi, in sincrono con un sopito ticchettio de Il pendolo, che pare voler presagire l’arrivo di un mietitore in realtà mai allontanatosi dalla propria zona, fino alla rivelazione situata nel rito voodoo andante de La sciamana e il testimone, dove il ruolo madre viene ricoperto dapprima da Stefania “?Alos” Pedretti e Bruno Dorella, ovvero gli OvO, ed in conclusione da Nicola “Bologna Violenta” Manzan, come parte integrante di una ciurma intensionata a tenere il vento in poppa là dove si è prossimi all’approdo, che include anche qua e là colleghi come Gregorio Luciani (Si Non Sedes Is) e Matteo Bennici. E se Specchio nero, con il suo incedere, dovrebbe essere la ballata di turno ma finisce per divenire un turbinoso sfogo del proprio io in cui le chitarre sono tanto nervose quanto disperate, al limite di certo post-rock, l’epitaffio scritto da un’orchestra le cui sommesse trombe ed archi accompagnano il gruppo una volta che sopraggiunge L’altro lato è il definitivo colpo di grazia di un viaggio che, a suo modo, rappresenta una droga priva di effetti collaterali in ambito salutistico.

“Abbraccia il disastro, abbraccia la Malora.”

Perché i Marnero sono uno dei gruppi italiani di maggiore rilievo dell’ultimo decennio e negarsi alla stretta di un disco del genere, qualitativamente parlando agli eccelsi livelli de Il sopravvissuto, significa davvero farsi del male. Che “malora” sia per tutti.

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