Archivi per la categoria ‘Demo’
“Solo sul mare si è davvero liberi.” Eugene O’Neill
Nelle abili menti dei Miavagadilania il mare è un qualcosa di estremamente importante. Non hanno paura dei suoi abissi, anzi probabilmente coglieranno le sue insidie e le sue onde come trampolino per arrivare alla dolce costa che attendono.
Quindi, chi è pronto a naufragar non tema, perchè le loro note gravi, il dolore e l’amore sono le coordinate perfette per salvarsi.
Tra momenti di placida quiete, esplosioni inaspettate, intime riflessioni e chitarre ora arpeggianti ora distorte la band erige la sua prima fatica su lunga distanza. Musicalmente parlando ci si ritrova spesso in ampie e fitte sezioni ritmiche sulle quali poggiano i piedi le melodie, oscure e pungenti, e le paranoiche liriche basate su una scrittura malinconica, negativa ma ricca comunque di speranza. Leggi il resto di questo articolo »
number of view: 281
Edo, all’anagrafe Edoardo Cremonese, è un “nuovissimo” cantautore da tenere assolutamente d’occhio. Ho messo le virgolette perchè, nonostante i suoi 23 anni, sono anni e anni che Edo suona in giro per la nostra penisola: prima con gli Isterica, poi con Gli Edo ed ora è rimasto solo lui, con la sua chitarra acustica e le sue divertenti avventure. Coraggiosamente, aggiungo io. Ha lasciato la sua amata provincia padovana per raggiungere Milano e farsi notare. E in un qualche modo, ce la sta facendo.
Ecco il suo nuovo lavoro, intitolato “Naso a tramezzino” EP: quattro tracce che racchiudono l’essenza di Edo, le peculiarità della sua musica e ciò che lo rende unico nel suo genere. Un incrocio tra Bugo e Dente? Forse, ma è meglio ascoltarlo con attenzione, prima di paragonarlo ad altri. Leggi il resto di questo articolo »
Ascoltare certi prodotti musicali è salutare, nel vero senso della parola. Determinate note legate tra di loro sono convinto facciano molto bene alla salute. Forse, prima o poi, anche i medici ammetteranno ciò ma per ora ve lo dico io che non sono nessuno, non sono un medico, non sono uno scienziato, sono solo una persona che quando ascolta una band come i pugliesi Vitales Exsequiae sta bene, e quest’ultima con “A Short Lived Hope” ci dà conferma che la mia non è una semplice tesi ma un dato di fatto, il loro album è infatti di quei lavori dove bastano i primi secondi per capire che passeremo dei bei momenti.
Un breve intro malinconico apre la strada a un riff arcano e misterioso sorretto dalla fantastica voce del vocalist e chitarrista Marco Squillino che, come un mago, ci mostra i giochi di prestigio che la sua band è in grado di mostrarci, band che oltre al già citato vocalist è composta da Marco Carbotti alla chitarra, Antonio Leggieri alla batteria, Luca Zecca alle Tastiere e Vito Surgo al basso; il teatro Vitales apre così il sipario e noi spettatori non possiamo far altro che ascoltare in religioso silenzio alternato a del puro e sano headbanging nei momenti più duri.
Le influenze per la band penso siano parecchie, dal cinema alla lettaratura come afferma Mr. Squillino, e musicalmente è evidentissimo l’amore che nutrono per gli Opeth, basta ascoltare il magnifico attacco del brano Requiem for a Dream per capirlo. Il finale della conclusiva Shallow Flower ricorda certe cose dei vecchi album degli olandesi Phlebotomized. Dopo questo grandioso finale mi rendo conto perfettamente di aver più che gradito gli sforzi di questi ragazzi, in quanto ho voglia di ripartire dalla prima traccia e immergermi nuovamente nel decadente mondo dei Vitales Exsequiae.
Bloody Hansen per Mag-Music
number of view: 594Scavando nell’underground musicale italiano (precisamente quello dove non batte il sole), ci si può imbattere in piacevoli sorprese.
Dalla bellissima isola della Sardegna una one man band con una particolare passione per le opere horror (soprattutto musicali): The Providence è il suo nome, “The Seven Doors of the Providence” (citazione, in lingua inglese, del film “…e tu vivrai nel terrore! L’aldilà” del maestro Lucio Fulci) è la sua seconda (auto) produzione.
Un omaggio, lungo in sette atti, alle opere video ludiche, conosciute e non. Un tributo che ripercorre i fasti di band come Goblin o Death SS, una sorta di rielaborazione dei temi tanto cari al filone “dark sound italiano”.
Un ambizioso lavoro che però consta di una nota negativa: la breve durata.
Marco “C’est Disco” Gargiulo per Mag-Music
number of view: 771Mumble: il suono associato al pensare nei fumetti.
E proprio “Mumble” è il titolo del nuovo EP dei Postit, un progetto nato dall’incontro di Massimo Ferrante e Daniele Marinelli (da un paio di anni fanno parte del gruppo anche Domenico Ciaramella e Silvia Palladino).
Un album che fa pensare grazie alla musica. I 6 brani, completamente strumentali, si caratterizzano dall’alternarsi di momenti calmi e intimi e di passaggi più tesi e “chiassosi”, sempre in bilico tra l’acustico e la movimentata elettronica. Peculiare di questo album è la difficile appartenenza alle categorie musicali: non è veramente post-rock, ma nemmeno showgaze e ha solo l’indispensabile dell’elettronica. Anche la “struttura” dei brani è insolita: l’orecchio non riesce ad anticipare quello che sentirà di lì a poco. Ma più che tecnica, qui troviamo il cuore, i sentimenti. Mumble è un album da ascoltare in assoluto silenzio, per cogliere le singole note e i suoni che lo colorano, per immaginarsi le atmosfere che crea, per riflettere.
Nonostante questo genere in Italia non abbia molto successo (anzi forse è il paese meno opportuno per un progetto così), i Postit hanno tutte le carte in regola per farsi notare.
Bravi.
Michela “Mak” De Stefani per Mag-Music
number of view: 588I Celestialshock sono Donatello (voce e chitarra) Sara (basso) e Raffaele (batteria), un trio nato musicalmente nel marzo 2006 in provincia di Potenza. Da allora hanno suonato su molti palchi piuttosto importanti (come il Vulcanica Live Festival, il Terme Live con i 24Grana e il Pollino Music Festival con i Lombroso e i Gogol Bordello) e riscuotendo non poco successo nonostante il loro nome possa suonarvi nuovo. Ricordiamo inoltre che nell’aprile 2008 i Celestialshock si sono classificati secondi alla selezioni regionali del celeberrimo Italia Wave. Detto ciò mi sembra strano che non abbiano ancora fatto il botto. Ma d’altronde siamo in Italia e si sa, qua è tutto più complicato.
Da qualche mese è uscito “Love-fi songs for me”, sette brani immediati, d’impatto. Il primo gruppo a cui mi viene spontaneo paragonarli sono i grandiosi Pixies. Il sound è più o meno quello, si canta in inglese, si stenta a pensare che provengono dal nostro bel paese.
Il brano che apre il tutto è A Garage A Voice, dove i riff di chitarra si colorano di tinte “indie”, quei mini-assoli che rimangono in testa tutto il giorno. Troviamo quindi la più posata Better Days e quindi I Don’t Talk, che ricorda molto i Pixies ma con un riff di chitarra e basso in sottofondo che fa l’occhiolino ai Joy Division. Lady Shy è la classica ballata rock che ci sta sempre (“Inside my mind you are the sun“). Il pezzo che segue, 7 Years, presenta una chitarra acustica alla base di un semi-lento che può essere benissimo un pezzo degli Oasis. Con Snow si torna al distorto, al rock puro in stile Celestialshock per giungere al termine di questo lavoro con Sublime Spleen, un pezzo perfetto per i concerti, immediato, con una chitarra travolgente.
Se fossero nati a Londra probabilmente sarebbero già più apprezzati e seguiti. Ma pazienza, gioiamo del fatto che sono italiani. Come a dire, forse c’è ancora speranza, forse la musica italiana non è così brutta come la si dipinge.
Michela “Mak” De Stefani per Mag-Music
number of view: 586
Intrigante album d’esordio del giovane ventenne in giacca color amaranto Giacomo Marighelli alias Margaret Lee, ultima scoperta della promettente scena musicale ferrarese. “E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce“ (trattasi di una colta citazione evangelica inserita da Leopardi nella “Ginestra”) si compone di otto tracce più una ghost track, autoprodotte che vantano, tra l’altro, la collaborazione di Luca Martelli (Giorgio Canali & Rossofuoco, Atroci), Samboela (Starla, Margot) e Jumbo (Reinforced Concrete). Le canzoni sono individualizzate da sonorità distorte e taglienti ridotte all’osso (chitarra pù voce, con sporadici interventi di batteria). “Un noise incompreso, schizzato, infrasettimanale” così definito dallo stesso Marighelli, che lascia ampio spazio a liriche ermetiche, farneticanti e, talvolta, teatralmente recitate (“O roba mia, vienitene con meee“). Deliri sperimentali urlati vigorosamente ed enfatizzati da un accentuato timbro “corrosivo” ed eloquente. E’ innegabile la benefica influenza musicale, soprattutto, del punk made in italy dei “fedeli alla linea” Cccp che si amalgama perfettamente con il conterraneo modello di cantautorato di Vasco Brondi (Le Luci della Centrale Elettrica), sebbene Margaret Lee si adoperi in soluzioni liriche (e non solo) di diverso calibro. E’ il primo ghiotto assaggio di una maturità musicale che promette, ma soprattutto richiede una continua progressione per non cadere nella trappola “dell’uguale a… “. Una maturità musicale da cui emergono, chiaramente, confini abbozzati e percezioni convincenti, sulle quali vale la pena insistere e che s’inserisce in un panorama musicale che ha sempre bisogno di rischiose quanto allucinate estrosità.
Miria Colasante per Mag-Music
number of view: 709
Colpo perfetto, a cominciare dallo splendido acquerello in copertina, per “Io vengo dalla polvere da sparo”, secondo EP targato Onirica. Dopo il buon EP di debutto “Carillons ‘65”, il quartetto di Napoli ha ulteriormente incrementato il proprio sound, spingendosi nei territori del post-rock, senza perdere però il piacere per le grandi aperture melodiche e incredibilmente emotive. Fin dal primo ascolto si capisce che il talento visionario degli Onirica è più vivo che mai.
Notte nella città di Dio ci porge la mano verso il viaggio musicale chiamato “Io vengo dalla polvere da sparo”: armoniose chitarre ci accompagnano per tutto il brano, a noi resta solo da chiudere gli occhi e lasciarci guidare (“Da qui si va per vecchie vie/con i cani randagi/quei libri che non leggo più per mancanza di volontà/la storia si inventerà/si inventa e si inventerà“). Con una carezza al cuore ci sorprende Due vite, duetto mozzafiato con Andrea Zanichelli (Il Nucleo). Fra sfumature di chitarre e un testo appassionante (Io vengo dalla polvere da sparo/cresciuto in una strada senza sole/son nato in una fogna al decumano/trecento euro al giorno e non lavoro), il brano di punta di questo EP. Si continua con la lenta e soffusa Paride e la più movimentata Ludwig. Chiude il cerchio, la strumentale Il ritorno di Ulisse.
Un lavoro assolutamente da non sottovalutare. Aggiungo pure bellissimo anzi, “una granata in mezzo al petto”.
Marco “C’est Disco” Gargiulo per Mag-Music
number of view: 821


















































