Articoli marcati con tag ‘EP’

Ci sono dischi che restano lì sulla tua scrivania per settimane, sospesi in una sorta di limbo. Sembra quasi che ti parlino. Ti dicano: “Sono qui ma non è ancora il momento di ascoltarmi. Quando sarà, lo scoprirai da solo…”

E il momento arriva in una calda e afosa serata di fine agosto. Da solo in macchina, mentre ti rechi a giocare a biliardo. La tangenziale semi vuota perché tutti sono ancora in vacanza e in città non c’è quasi anima viva. A farti compagnia la voce di Luca Milani, accompagnata solo da una  chitarra acustica e da un’armonica. L’essenzialità di “Scars and Tattoos” ti fa viaggiare con la mente, ti rilassa, ti mette in pace con te stesso (anche se l’illusione dura solo 18 minuti). Leggi il resto di questo articolo »

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Rifacendosi alla scena indie rock e lo-fi degli anni ’90, ma anche attingendo a ciò che di più buono è stato fatto in territori anglosassoni negli ultimi anni, i Tiger! Shit! Tiger! Tiger! sfoderano il loro nuovo colpo, sotto forma di EP, confermando la bellezza e la forza incisiva del precedente lavoro e rinnovando leggermente il sound, soprattutto per quanto riguarda gli arrangiamenti, ora più complessi e maggiormente lavorati, e per quanto riguarda le ritmiche, ancora più ossessive (soprattutto se sostenute dai riff taglienti e potenti). Certo è che rimane puntuale la loro caratteristica dance, “benissimamente” presa a braccetto dalle chitarre quasi mai melodiche (pensate agli ultimi Foals, ma sotto vesti più cazzute, o a qualcosa dei Tokyo Police Club). Leggi il resto di questo articolo »

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Prendi cinque ragazzi torinesi seriamente intenzionati a spaccarsi sul palco, prendi un metal melodico con qualche momento di screamo qua e là, butta tutto nel pentolone della musica meno commerciabile (almeno in Italia) e mescola per due anni. Dopo due anni di prove e concerti, esce il primo EP dei Kenningar, dandogli come titolo l’unica cosa che manca in questo 4 tracce: “Silence”, il silenzio.

Da subito si nota l’equilibrio dei brani, che alternano passaggi melodici ad altri più violenti (su tutte Scars’n'Blood), senza perderne la compattezza e creando una sorta di vortice di bene e male. Non sai se sentirti incazzoso con il mondo o amare tutti. Complice una bellissima voce, quasi sempre pulita, che accompagna il martellare di una batteria precisa e potente (ascoltare Pure Sugar in Vein per credere). Il tutto è dominato dal potente binomio di chitarra e basso, i cui riff incisivi riempiono l’aria e si incastrano perfettamente con tutto il resto: gran parte del merito va quindi alle chitarre, che rendono i brani dei potenziali singoli-tormentoni. Leggi il resto di questo articolo »

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“In Italia non si può fare la rivoluzione” è il titolo del nuovo EP dei milanesi Grenouille, uscito non a caso lo scorso 25 aprile.

Un mini album (quattro tracce) che fa da continuum al successo del precedente LP “Saltando dentro al fuoco” e che rappresenta un grido di ribellione, la fine dell’era da teenagers butterati e mantenuti e l’inizio della consapevolezza di ciò che è il mondo reale: un’Italia fossilizzata, apatica e fondamentalmente vecchia.
Rabbia e disillusione sono palpabili già dalle prime parole della realistica title track (“Ma come siete bravi a parlare / ma tanto vale parlare di fi*a / sei bravo tu, sai già il risultato / peccato che la partita è già finita“) ma continuano, velandosi di attuale sarcasmo, in Il porno è la democrazia, un titolo che non necessita di esplicazione. Perchè in fondo è così che va il nostro Bel Paese, ce ne rendiamo conto giorno dopo giorno e i Grenouille ne prendono atto in chiave post grunge. Dopo tre brani urlanti, l’EP si chiude con una bellissima interpretazione di I fiori degli amici Il Pan del Diavolo: i toni si smorzano, il rancore di affievolisce e l’atmosfera è disillusa.
Dicono che in Italia non si può fare la rivoluzione, ma musicalmente sta già succedendo qualcosa di nuovo e questo attualissimo EP ne è solo l’inizio.

La quiete prima della tempesta?

Michela “Mak” De Stefani per Mag-Music

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Spazio, infinito e profondo. Eccovi i viaggi della navicella spaziale Aucan e del suo equipaggio – Dario Dassenno alla batteria, Francesco D’Abbraccio e Giovanni Ferliga entrambi impegnati alle chitarre e ai synth – diretti all’esplorazione dei buchi neri e dei misteri nella vita, dove nessun gruppo era mai arrivato prima. Va bè, stiamo esagerando ma ci voleva una presentazione adeguata per la sensazione che trasmette “DNA”, il nuovo EP dei bresciani Aucan.

Cinque tracce, trentasei minuti (di cui quindici occupati solo dalla traccia finale, The Darkest Light). Gli Aucan lasciano tutto, si trasferiscono a vivere in un locale (preferibilmente estero) dove si balla, tutto il giorno, elettronica e derivati. “DNA” è la svolta al suono monotono e senza direzione del primo album, “Aucan” del 2008, svolta che sfocia nel dubstep più notturno, nelle ritmiche geometriche e nell’uso, inedito fino ad’ora, della voce (DNA).

“DNA” è il suono di un intero universo e non vi preoccupate, non c’è il rischio di cadere in un buco nero. L’ennesimo grande gruppo che l’Italia non merita.

Marco “C’est Disco” Gargiulo per Mag-Music

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064- Un piccolo salto indietro, come prendono forma i Low-Fi?

- I Low-Fi sono sempre esistiti nella nostra cameretta e ancora oggi è li che nascono le nostre canzoni.

-“Low-Fi” (qui la recensione di “Low-Fi“) è il vostro EP d’esordio sulla lunga distanza dopo tanti anni a suonare su e giù per l’Italia e anche all’estero. Perché tutto questo tempo? Avete preferito testare per bene, nel contesto live, i brani prima della loro pubblicazione?

- Abbiamo avuto una storia strana, con tanti cambi alla batteria e al synth, per lunghi periodi siamo stati fermi per questo motivo. All’inizio eravamo anche confusi rispetto a quello che volevamo fare. La svolta c’è stata all’incirca un anno e mezzo fa, quando abbiamo individuato la nostra sintesi musicale preferita, non a caso il 90% delle cose che suoniamo non sono più vecchie  di un anno, come i brani dell’ep che ora abbiamo pubblicato. In ogni caso avendo a che fare con un’etichetta ogni passo deve essere programmato e i tempi si allungano di molto. Leggi il resto di questo articolo »

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Spegnere le luci, sedersi in poltrona, scatola di pop corn a portata di mano e schiacciare play.  Ecco la giusta preparazione all’ep dei Black Oath!

Sentire questo lavoro è proprio come essere al cinema a vedere la proiezione di un film horror, uno di quelli stile “Paura nella città dei morti viventi” della buonanima di Lucio Fulci, e più passano i minuti più ci sembra di curiosare tra le stanze di una spettrale e puzzolente cripta maledetta. Nella prima stanza troviamo Black Initiation, lenta e drammatica; nella seconda stanza ecco Obsessed By Moonlight, dove la pazzia ti punta il dito contro e ti rinchiude nella sua gabbia; nella terza stanza è rinchiusa Another Mourning che sembra poterti dare una chance ma capiamo subito che non è proprio così. Per finire facciamo la conoscenza di The Hanged Witch, dove delle sensuali donzelle ci invitano a partecipare alla loro macabra festicciuola.

Come direbbe qualcuno che di horror se ne intende parecchio: “let the sabbath begin”.

Bloody Hansen per Mag-Music

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Napoli città dell’arte, della cultura, della pizza, dei mandolini e del Vesuvio (e anche della paura che ci incute quest’ultimo). Napoli città di fermento musicale, “di origine controllata”, dall’interminabile lista. Napoli dove nascono e crescono, dove il sole non batte, i Low-Fi. I Nostri però (Alessandro – voce, basso e programmazioni, Adriano – chitarra e Marco – batteria), a parte l’origine, non hanno niente da dividere con i mandolini e la pizza ma forse qualcosa col fish and chips o con i cieli nuvolosi inglesi.

L’EP d’esordio, targato Octopus Records, esce solamente ora dopo migliaia di chilometri e concerti in giro per lo stivale e non (sono appena tornati da un tour europeo), dopo la partecipazione ai tributi di Peppino Impastato (“Amore non ne avremo” del 2008) e Syd Barret (“Clowns and Jugglers” del 2009). Venti minuti di chitarre affilate come rasoi, bassi precisi, potenti batterie e azzeccati inserti di synth (forse dovrebbero approfondirne l’uso nei loro brani). Un suono derivato, questo sì, ma suonato con stile. Attitudine italiana ma con un suono anglosassone.

E’ solamente un EP ma già fa intravedere l’enorme talento del trio campano.

Marco “C’est Disco” Gargiulo per Mag-Music

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Nel mondo musicale, spesso si parla di prolungate e necessarie gavette. Anni spesi a costruire, mattone su mattone, una solida base: giornate intere passate a provare, a sperimentare, a farsi un culo cosi. Non sempre i risultati raggiunti perdonano le attese e a volte tutto ciò si riduce a episodiche apparizioni, subordinate da un mercato chiuso e difficoltoso.

I napoletani Resurrextion hanno rispettato tutti i clichè del genere, ma a differenza di molte altre realtà, sono riusciti ad andare al di là del muro dell’hip-hop, provando che loro non sono l’ennesima prova di emergere senza consapevolezza. Leggi il resto di questo articolo »

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Nina Zilli è una piacevole novità del (magro) panorama –non mi riferisco all’underground e affini- della musica italiana, un sorso di vitalità a una “scena” (se possiamo chiamarla cosi…) che sforna ogni anno fenomeni da baraccone, meteore e molto altro. Nina rappresenta la bellissima ed elegante eccezione alla regola.

Un onesto EP (omonimo) è il suo biglietto da visita. Bello, troppo bello. Eppure lascia l’amaro in bocca per via del minutaggio (tutti gli EP, come i singoli, lasciano questa sensazione). Questo però te lo perdoniamo Nina. Sette tracce vestite di diversi colori accesi: pop cristallino, morbido reggae, sensuale (o carnale?) ska. Sette tracce che formato la cornice di un concept rivolto all’amore: quello sciolto nella malinconia (Come il sole), quello che lascia “l’agrodolce in gola” (L’inferno); quello che fa male ed è “come un taglio nel sale” (50mila, in compagnia di Giuliano “King” Palma); quello al passo con i tempi dell’Iphone (Tutto bene); quello da cantare a squarciagola per la troppa felicità (L’amore verrà, cover “all’italiana” di You Can’t Hurry Love, hit delle The Supremes). C’è la necessità di trascrivere l’intera tracklist, ma ci limitiamo a queste premesse.

Nina Zilli è pronta per essere incoronata come la (nuova) regina della musica italiana contemporanea.

Marco “C’est Disco” Gargiulo per Mag-Music

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copertina logo copiaAscoltare certi prodotti musicali è salutare, nel vero senso della parola. Determinate note legate tra di loro sono convinto facciano molto bene alla salute. Forse, prima o poi, anche i medici ammetteranno ciò ma per ora ve lo dico io che non sono nessuno, non sono un medico, non sono uno scienziato, sono solo una persona che quando ascolta una band come i pugliesi Vitales Exsequiae sta bene, e quest’ultima con “A Short Lived Hope” ci dà conferma che la mia non è una semplice tesi ma un dato di fatto, il loro album è infatti di quei lavori dove bastano i primi secondi per capire che passeremo dei bei momenti.

Un breve intro malinconico apre la strada a un riff arcano e misterioso sorretto dalla fantastica voce del vocalist e chitarrista Marco Squillino che, come un mago, ci mostra i giochi di prestigio che la sua band è in grado di mostrarci, band che oltre al già citato vocalist è composta da Marco Carbotti alla chitarra, Antonio Leggieri alla batteria, Luca Zecca alle Tastiere e Vito Surgo al basso; il teatro Vitales apre così il sipario e noi spettatori non possiamo far altro che ascoltare in religioso silenzio alternato a del puro e sano headbanging nei momenti più duri.
Le influenze per la band penso siano parecchie, dal cinema alla lettaratura come afferma Mr. Squillino, e musicalmente è evidentissimo l’amore che nutrono per gli Opeth, basta ascoltare il magnifico attacco del brano Requiem for a Dream per capirlo. Il finale della conclusiva Shallow Flower ricorda certe cose dei vecchi album degli olandesi Phlebotomized. Dopo questo grandioso finale mi rendo conto perfettamente di aver più che gradito gli sforzi di questi ragazzi, in quanto ho voglia di ripartire dalla prima traccia e immergermi nuovamente nel decadente mondo dei Vitales Exsequiae.

Bloody Hansen per Mag-Music

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Sotto il cielo della Milano che brucia “nascono, crescono e si riproducono” gli Iori’s Eyes, una tra le migliori scoperte in assoluto del panorama musicale emergente. Clod (voce e chitarra), Sofia (tastiere e basso) e Marco (batteria) si affacciano timidamente sulla scena discografica con l’ep ”And everything fits in the Yellow Whale” prodotto artisticamente da Federico Dragogna (Ministri) e Alessio Camagni per la Noise Factory.

Quattro “tracce” di una morbida simbiosi tra le mature risonanze dream-pop e i preziosismi elettronici che si colorano di una melanconia antica; un concerto dei sensi in cui si palesa un’urgenza comunicativa pura, emancipata da sterili facilonerie. La combinazione felice di pochi elementi, arricchita dalla voce diafana di Clod fanno si che, nella metaforica balena gialla, si respirino esperienze artistiche diverse ma affini che confluiscono in una sottile ottica visionaria dalla quale non si vuole più fuggire.

Da non perdere!

Miria Colasante per Mag-Music

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