Articoli marcati con tag ‘Giulio Ragno Favero’

Mi sembra superfluo chiarire l’origine del nome Arancioni Meccanici, penso lo capirebbe anche il mio cactus. Quindi passiamo subito alla loro prima uscita discografica, omonima, che vanta dell’aiuto in background di Livio Magnini (Bluvertigo) e il quasi onnipresente Giulio Favero (ex Teatro degli Orrori) per le registrazioni e il mixaggio.
L’album, composto di dieci pezzi piuttosto buoni, è composto da liriche sia in italiano che in inglese (a volte anche mescolate, come in Automation for the People e Tumblin’ Heart) ma su tutte spiccano La Minaccia Rossa e Mala Tempora, uno sguardo all’Italia attuale e in particolare alla situazione milanese. Il loro sound è puro rock, con slanci di basso pulsanti e riff di chitarra ad impatto: il tutto sposa un cantato che ricorda a volte Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP.
Brani come Caravan of Love e Ti Porto Fuori a Cena sono da considerarsi come una momentanea uscita dal clima “arancione”: due brani ironici e irriverenti che rimandano agli anni ‘60. Leggi il resto di questo articolo »

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Spazio, infinito e profondo. Eccovi i viaggi della navicella spaziale Aucan e del suo equipaggio – Dario Dassenno alla batteria, Francesco D’Abbraccio e Giovanni Ferliga entrambi impegnati alle chitarre e ai synth – diretti all’esplorazione dei buchi neri e dei misteri nella vita, dove nessun gruppo era mai arrivato prima. Va bè, stiamo esagerando ma ci voleva una presentazione adeguata per la sensazione che trasmette “DNA”, il nuovo EP dei bresciani Aucan.

Cinque tracce, trentasei minuti (di cui quindici occupati solo dalla traccia finale, The Darkest Light). Gli Aucan lasciano tutto, si trasferiscono a vivere in un locale (preferibilmente estero) dove si balla, tutto il giorno, elettronica e derivati. “DNA” è la svolta al suono monotono e senza direzione del primo album, “Aucan” del 2008, svolta che sfocia nel dubstep più notturno, nelle ritmiche geometriche e nell’uso, inedito fino ad’ora, della voce (DNA).

“DNA” è il suono di un intero universo e non vi preoccupate, non c’è il rischio di cadere in un buco nero. L’ennesimo grande gruppo che l’Italia non merita.

Marco “C’est Disco” Gargiulo per Mag-Music

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Appaloosa-SavanaGli Appaloosa sono semplicemente un forte e piacevole pugno nello stomaco!

Funk, noise, elettronica, post, jam session e un tocco di follia. Nove tracce, per lo più strumentali, guidate da bassi potenti (ben due!) e basi elettroniche che danno al disco un groove e una dinamica eccezionali. La cosa che colpisce è come la band abbia fuso insieme più generi, trovando un proprio sound e una propria identità.

Visitare la loro “Savana” è un’esperienza acida che vi segnerà e ne uscirete strapazzati tra momenti di pogo, dance sfrenata, suoni incredibili e attimi visionari, che vi colpiranno ovunque senza che possiate ripararvi in nessun modo, tutto sempre a volume smodato. Nonostante questo possa apparire un delirio, appena usciti, vorrete rientrare in quello che è, a tutti gli effetti, un mondo parallelo.

Nel panorama underground italiano gli Appaloosa rimangono una proposta decisamente coraggiosa ed estremamente matura e mi chiedo dove ci porteranno la prossima volta.

Daniele Bertozzi per Mag-Music

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Pierpaolo / Teatro degli orrori & One dimensional Man

Risponde alle nostre domande (via email) Pierpaolo Capovilla, cantante e front-man de Il Teatro Degli Orrori.

- In primis parliamo del vostro secondo lavoro, “A sangue freddo” (qui la recensione di “A sangue freddo“): un album importante per i temi trattati e soprattutto per la forza della parola che sposa la potenza della musica. Tutto questo si era notato anche nel primo album. Com’è cambiato il Teatro degli Orrori, rispetto a “Dell’Impero delle Tenebre”?

- Credo ci sia una forte continuità fra i due lavori. Voglio dire, più continuità che cambiamento. Non c’è dubbio che “A sangue freddo” sia un disco registrato con più cura, più intelligibile del precedente, e volutamente più “classico”. Volevamo un disco vicino alla forma canzone, meno caotico e rumoroso. Dal punto di vista della poetica, A sangue Freddo narra la società italiana dell’oggi, qui, adesso. Uno sguardo attento alle contraddizioni e alle ingiustizie che viviamo ogni giorno; in questo senso, è un disco molto più “politico” del precedente. Leggi il resto di questo articolo »

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I Devocka sono una giovane band ferrarese di matrice punk-noise con sfumature alternative rock. Il loro nome deriva da Arancia Meccanica e ne raccolgono le suggestioni per trasformarle poi in musica, sempre in bilico tra l’ultraviolenza e la ragione, tra la quiete e la tempesta. In una parola: spaccano (come dicono i giovani). Dopo un EP omonimo e l’album “Non sento quasi più” del 2006, ecco il nuovo lavoro “Perchè sorridere?“. Un titolo quanto mai perfetto in questo periodo di crisi generale. Grazie alla collaborazione con Giulio Ragno Favero, bassista/chitarrista del Teatro degli Orrori ed ex One Dimensional Man, il nuovo dei Devocka è un urlo che sovrasta il rumore, è uno scatto di rabbia, è una sberla mentre dormi. Undici brani eccellenti. Leggi il resto di questo articolo »

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Se un loro concerto fosse un libro, il sottotitolo sarebbe sicuramente “come sbriciolare un teatro in un’ora e mezza“. Perchè è quello che han fatto Pierpaolo Capovilla, Francesco Valente, Gionata Mirai e Giulio Favero, ossia Il Teatro Degli Orrori, una delle band più importanti del panorama rock italiano contemporaneo.

Il teatro si “colora” di nero e rosso, l’atmosfera si fa lugubre già dall’intro e tra il fumo si stagliano quattro figure. Il pubblico numeroso esplode in un boato di applausi. Essendo questa la prima data del nuovo tour, è ovvio che le canzoni provengano proprio dal nuovo album, “A sangue freddo”. Leggi il resto di questo articolo »

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Fin dal loro azzeccato inizio con “Dell’impero delle tenebre”, Il Teatro degli Orrori ha dimostrato l’intento (ben riuscito) di applicare la musica rock a testi che rasentano la poesia, quella più cruda e scapigliata, diventata ormai un marchio di riconoscimento.

Giunge ora “A sangue freddo“, il secondo atto di questo terribile e altrettanto affascinante teatro. Un disco dove spiccano i contenuti e le critiche verso un paese, il nostro, che ormai si sta perdendo nei suoi mille duraturi difetti, che ci vengono urlati in faccia tra riff graffianti di chitarra.

E’ un album nero e denso come la pece. Pregno di citazioni e rimandi culturali (tanto amati da Pierpaolo Capovilla, frontman a dir poco folle della band) ben assestati nel vortice sonoro: riscrive una preghiera invocando la fine di guerre e malinconie (Padre nostro), cita il poeta russo Majakowskij nella canzone omonima, ma anche i nostri De Gregori (A sangue freddo) e Celentano (Alt!), creando una sorta di ponte tra la canzone d’autore d’altri tempi e il rock più contemporaneo. E’ una denuncia alle contraddizioni sociali in cui viviamo, dalla violenza poliziesca di Alt! (“Scommetto che fai uso di stupefacenti. Cosa porti in borsa zecca comunista? Adesso sono affari tuoi, sono solo affari tuoi“) all’ipocrisia del mondo politico in Il Terzo Mondo. Non manca neppure l’ipocrisia più quotidiana, legata alla vita di tutti i giorni, raccontata con estremo realismo in E’ colpa mia. Leggi il resto di questo articolo »

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