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- Versione italiana –

Mi succede raramente di ascoltare un cd e volerlo riascoltare subito.
Eppure mi è successo con il primo (ufficiale) album di debutto dei viennesi Reverend Backflash, intitolato “Who’s the man?!

Questi quattro giovani d’oltralpe sfornano dodici tracce di sporco rock’n'roll dalle molteplici influenze (su myspace indicano Kiss, Motörhead e Hellacopters, giusto per citare i più noti) ma che non creano l’effetto “confusione”. Anzi i brani sono particolarmente ben compatti, con  riff di chitarra molto coinvolgenti, accompagnati da un potente basso, e martellati dalla batteria che non manca un colpo. A completare il tutto c’è la voce di Jack Nasty, graffiante e sporca come il resto, che crea ritornelli ripetitivi e quindi cantabilissimi durante i live. Leggi il resto di questo articolo »

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Prendendo in mano il nuovo disco dei Soyuz, una lieve aura di mistero e curiosità inizia a circondarti per tre motivi. Il primo, ossia ciò che salta subito agli occhi, è lo sguardo di una ragazza asiatica in copertina, che scruta il futuro ascoltatore del disco; il secondo è il nome adottato dal gruppo, che rimanda a satelliti e viaggi nello spazio; last but not least, il titolo dell’album, “Everybody loves you“. Con queste premesse piuttosto sconnesse (ma confido in un senso remoto), conviene saltare i convenevoli e inserire il disco nello stereo.

E quello che ne esce è puro rock d’impatto immediato, semplice. E alla facciaccia del loro nome, i dieci brani contenuti in questo debutto sono molto terreni: i testi di Mauro Poli rimangono ben ancorati all’umanità e alle sue infinite sfumature, che vengono accentuate da ventate pulite di chitarra e basso (di Giulio John Sprocati), il tutto ben scandito dalla puntuale batteria di Marco Lo Giudice. Leggi il resto di questo articolo »

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Non è un fatto abitudinario quello di svegliarsi, un giorno qualunque, non al suono di una sveglia ma alla voce di un gallo, completamente estraniati da tutto il conoscibile circostante, e d’improvviso chiedersi cosa fare, cosa dire, come agire, disponendo di una vera e propria cartina di un globo terrestre che pare andare a cicli, tanto lentamente quanto velocemente. Mentre, allo stesso tempo, si guarda quel globo da un’altra posizione. Come se lo si stesse guardando appena nato, dopo un probabile Big Bang. Paradossale.

“Cosa vuoi che faccia adesso? Vuoi che resti o vuoi che vada? Vuoi che resti in piedi o vuoi che cada giù?”

In queste condizioni si affronta quello che è il primo lunedì del mondo. Non c’è passato, non c’è futuro, c’è solo il presente. E cos’è il presente, se non rimanere in piedi a osservare questo spettacolo e allo stesso tempo lasciarsi andare in una discesa verso l’ignoto? Un affondo all’interno di una sorta di mare contenente il nulla e il tutto. Leggi il resto di questo articolo »

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Per un bel po’ di tempo Ariel Pink non ha fatto altro che produrre e produrre musica, in tutti i più disparati metodi: stiamo parlando di registrazioni casalinghe, riproponendo strumenti (e non solo) di vecchia impronta anni ’80 e rimanendo fedele, chiaramente, al lo-fi più spavaldo e sbarazzino. Così, dopo anni di militanza presso la Paw Tracks dei famigerati Animal Collective (con i quali condivide in parte la vena di produttore made in house), il Nostro passa a far parte della ben più nota e storica 4AD, rimanendo fedele alla sua estetica sporca e contorta, ma rinnovando leggermente il sound, conducendolo verso vie più pulite e ascoltabili non solo dai fan di vecchia data, anzi.

Per dirla breve, stiamo parlando del suo ultimo lavoro: un caleidoscopio di canzoni principalmente pop, in stile un po’ californiano (quindi la surf music di alcuni Beach Boys), un po’ anni ‘70 (soprattutto nei momenti in cui si azzardano chitarre rock dal passo tamarroide) e in gran parte anni’80, da una parte all’altra di essi (dalla dance al funk, ma anche dai telefilm sentimentali a quelli poliziotteschi). Leggi il resto di questo articolo »

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Ci sono dischi che restano lì sulla tua scrivania per settimane, sospesi in una sorta di limbo. Sembra quasi che ti parlino. Ti dicano: “Sono qui ma non è ancora il momento di ascoltarmi. Quando sarà, lo scoprirai da solo…”

E il momento arriva in una calda e afosa serata di fine agosto. Da solo in macchina, mentre ti rechi a giocare a biliardo. La tangenziale semi vuota perché tutti sono ancora in vacanza e in città non c’è quasi anima viva. A farti compagnia la voce di Luca Milani, accompagnata solo da una  chitarra acustica e da un’armonica. L’essenzialità di “Scars and Tattoos” ti fa viaggiare con la mente, ti rilassa, ti mette in pace con te stesso (anche se l’illusione dura solo 18 minuti). Leggi il resto di questo articolo »

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“Space: the final frontier. These are the voyages of the starship Enterprise. Its five-year mission: to explore strange new worlds, to seek out new life and new civilizations, to boldly go where no man has gone before.

Qualche fan di Star Trek avrà sicuramente pensato a questo appena ha saputo il titolo del quindicesimo lavoro della, ormai trentennale, vergine di ferro. Solo che a differenza della mitica USS Enterprise, gli Iron Maiden toccano la frontiera finale della loro carriera, o almeno così pare.

A distanza di quattro anni da “A Matter of Life and Death” mi ritrovo per la terza volta nella mia vita con un nuovo disco della band d’oltremanica. C’è una prima volta per tutto, e per la prima volta quest’attesa si è conclusa con una delusione da parte della band che ha colorato ed emozionato i miei 13-16 anni. Leggi il resto di questo articolo »

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Al porto di Genova va in scena la musica. E che musica! Il molo dei Magazzini del Cotone, al tramonto, incornicia, tra le luci delle navi, i riflessi dell’acqua e l’immancabile lanterna, il palco dove presto si esibirà una delle leggende della chitarra, Gary Moore. Le definizioni per l’artista irlandese, ormai non più giovanissimo, si sprecano; la sua carriera di musicista comincia presto, da ragazzino, e non basterebbe questa pagina per farne solo una sintesi. Ma non è questo che Gary porta sul palcoscenico genovese, perché al pubblico, non oceanico ma caloroso ed entusiasta, offre la sua musica, la sua chitarra, la sua energia, che difficilmente le parole possono descrivere. Leggi il resto di questo articolo »

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Revival. Un termine che ai più potrebbe far venire i brividi. Tutti si danno al revival, chi del periodo beat, chi del vecchio progressive rock, chi della dance degli anni ‘90, chi di questo, chi di quello. C’è chi lo fa come si deve e chi no. Ma cosa vuol dire revival, al giorno d’oggi, se si dovesse fare un discorso generale?

Tutti, più o meno, si mettono a cantare le canzoni di una volta. Ma anche in questo caso si parla di una pratica che non a tutti riesce bene. In molti pensano di essere degli interpreti. Ma cosa vuol dire essere un interprete? E, soprattutto, è ancora possibile esserlo senza abbandonare la propria anima a gorgheggi defilippiani-xfactoriani o standardizzazioni fini a se stesse, per non parlare addirittura della perdita definitiva di questa?

Una possibile risposta, al giorno d’oggi, può essere questo “Mondo Cane“. Leggi il resto di questo articolo »

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Ascoltare “Dove l’erba è alta”, esordio discografico di Davide Tosches (anche se il vero debutto avviene nel 2006 con l’autoprodotto “Stressmog”), è come avere alle orecchie un padre protettivo che “sussurra” un vortice di saggezza sottoforma di undici calme e scorrevoli ballate dall’aria rarefatta e soporifera.

Quello in questione non è altro che un album ricco di riflessioni allo stato puro, senza tanti fronzoli, dove il cantautore di origini foggiane scava a fondo nell’intimismo dell’essere umano, quindi proponendo undici auto-ripassi psicologici possibili solo nella solitudine, in tutte le sue più svariate forme. Ad esempio “in compagnia” dell’ombra, dei muri, della natura incondizionata, proprio lì dove l’erba è alta. Leggi il resto di questo articolo »

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Rifacendosi alla scena indie rock e lo-fi degli anni ’90, ma anche attingendo a ciò che di più buono è stato fatto in territori anglosassoni negli ultimi anni, i Tiger! Shit! Tiger! Tiger! sfoderano il loro nuovo colpo, sotto forma di EP, confermando la bellezza e la forza incisiva del precedente lavoro e rinnovando leggermente il sound, soprattutto per quanto riguarda gli arrangiamenti, ora più complessi e maggiormente lavorati, e per quanto riguarda le ritmiche, ancora più ossessive (soprattutto se sostenute dai riff taglienti e potenti). Certo è che rimane puntuale la loro caratteristica dance, “benissimamente” presa a braccetto dalle chitarre quasi mai melodiche (pensate agli ultimi Foals, ma sotto vesti più cazzute, o a qualcosa dei Tokyo Police Club). Leggi il resto di questo articolo »

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Dino Fumaretto è lo pseudonimo di Elia Billoni, o forse viceversa.

Come avrete già capito dall’introduzione il personaggio in questione è uno di quei cantautori ambigui e sgangherati, ma anche “pazzi” e incredibilmente geniali. Di quelli che una volta che decidono di mettersi alla prova lasciano il segno, eccome.

Attestando di essere l’unico e vero interprete di Fumaretto, Billoni “prende” quindici pezzi brevi ma incisivi e ne fa un album a stretto contatto con musicalità, teatralità, cabaret e chi più ne ha più ne metta, ricordando grandi nomi come Jannacci e Gaber. Sì, perché in Fumaretto c’è la comicità adattata a normali e (non) banali momenti di vita, la pazzia e la rabbia di chi comunque vuol denunciare, ma anche il cantautorato messo a nudo da musiche veloci e spontanee, ma in ogni caso affascinanti e oserei dire pure sognanti e fautrici di sentimenti d’ogni tipo, che nascono appunto in noi ascoltatori (proprio come riesce a fare un certo maestro conosciuto come Giovanni Allevi). Leggi il resto di questo articolo »

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Il disordine delle cose è una delle band pop che meglio si è saputa affermare nel panorama indipendente italiano, almeno nell’ultima stagione. Il loro omonimo album d’esordio, curato e prodotto da Gigi Giancursi e Cristiano Lo Mele dei Perturbazione, esce nell’ottobre del 2009 sotto il marchio indipendente Tamburi Usati (già famoso per i più blasonati Marta sui Tubi).

Nell’album in questione i Nostri trattano di pop d’autore, di quel pop che tanto si sente parlare e suonare nell’Italia tutta, ma qualcosa di differente si nota subito nell’aria: Il disordine delle cose riesce abilmente a esportare la propria musica verso confini ben più lussuosi e originali, sia grazie alla dote prettamente acustica che contraddistingue tutto l’album, sia grazie, diciamolo, all’apporto vocale e musicale di diversi artisti ormai ben più importanti nel nostro paese. Leggi il resto di questo articolo »

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