Miura – 3

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L’eterno dilemma di ogni artista: chiudersi a riccio ripetendo all’infinito formule collaudate oppure rimettersi in gioco, tentando di battere altre strade?

I Miura di Diego Galeri (storico batterista dei Timoria) hanno scelto la seconda ipotesi per il loro terzo album, intitolato senza giri di parole, semplicemente “3”.

Il numero perfetto ma, a differenza del suo predecessore del 2008 (“Croci”), questo non è un disco perfetto.

L’intenzione di sperimentare rispetto a quanto fatto in precedenza è lodevole sulla carta ma il risultato non è del tutto soddisfacente.

La prima traccia Io, nella capsula del tempo è una gemma, un pezzo intimista e profondo che è allo stesso tempo croce e delizia di tutto il lavoro. Un pezzo riuscito ma che da già un’idea dell’aria soft che si respirerà nelle tracce successive.

Tocca poi a Normale, scelta come singolo di lancio, dove riecheggiano le atmosfere anni ’70 degli ultimi Timoria (quelli post partecipazione a Sanremo con Casa mia).

Non mancano canzoni nello stile classico dei Miura come Malati sani, Andiamoci piano con le emozioni e Nulla è inutile ed episodi interessanti come Giuda e Stimola.

Ma è sintomatico come l’esperimento sulla carta più interessante, Underworld risulti anche quello meno riuscito. La voce di Max Tordini dimostra ancora una volta tutta la sua versatilità sdoppiandosi in due. Strofe parlate si sovrappongono a strofe in falsetto. Ma ciò crea non pochi disturbi nell’ascolto.

L’impressione generale è che la produzione di Giacomo Fiorenza abbia snaturato la carica possente sia della chitarra di Killa, sia della batteria dello stesso Diego.

Inoltre c’è il dubbio che forse i pezzi avrebbero avuto bisogno di più tempo in fase di composizione. Gli stessi testi danno l’impressione di essere stati stesi senza un naturale processo di editing.

In definitiva “3” è un disco che ha bisogno di tempo per essere metabolizzato. Capire se è solo un’istantanea di un particolare momento o l’inizio della ricerca di una nuova identità di un gruppo che ha tutte le carte in regola per diventare un pezzo di storia del rock nostrano.

Giovanni Caiazzo per Mag-Music

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