Edda – Semper biot

Edda - Semper biot

Edda - Semper biotLa vita non è facile quando si è costretti fronteggiare le crisi di identità. Specialmente quando queste ti colpiscono di punto in bianco in un momento di grande fama, portandoti ad un declino personale, e a volte giungendo persino alla morte, avente come complice persino la droga, come nei casi di Kurt Cobain e di Layne Staley.

Stefano Rampoldi, meglio noto come Edda, ex voce dei Ritmo Tribale, non fa eccezione. L’India, la droga, una reunion mancata: tutti fattori che fanno capire come questo abbia passato un momento difficile e, in qualche modo, di transizione. Dall’ibrido a cavallo tra Soundgarden (nella voce) e Red Hot Chili Peppers (nel look) all’epoca del gruppo madre, oggi, a 46 anni e con i capelli rasati, uscito da quel terribile tunnel, sembra irriconoscibile, ma quella voce svela tutto, e fa capire come lui sia intenzionato a raccontare la sua esperienza. Senza peli sulla lingua.

Ma Stefano, “l’incoronato, l’innamorato”, come si autodefinisce, non è morto. È “Semper biot“, sempre nudo, e vivo, con un album (prodotto da Taketo Gohara) che in qualche modo risulta essere, nella sua difficoltà ed osticità, autobiografico: si va dai problemi con gli stupefacenti nella sua città d’origine (“Sapessi com’è strano essere tossicodipendente di Milano“) alla concezione di amore come autolesionismo (“Io e te, tu vieni solo per uccidere, ammazzami, feriscimi“) e allo stesso tempo come passione (“Bella come la luna, quello che non dai, bella per i tuoi occhi non sono stata mai“), dal rapporto con Dio (“A volte la mente mi lascia qua, seduto come un mobile penso di essere leale, sì…“, “Tu dove sei? Mi sono perso mentre andavo all’Ikea“), le suore (“Vuoi insegnarmi a vivere? Mi basterebbe sopravivvere! Solo tu, la mia regina del niente“) e la spiritualità (“Di religione sono Hare Krishna, ma in Dio non ci credo…“) al suo essere una specie di antidivo (Scamarcio).

Quelle di Rampoldi sono parole taglienti, frammentate da distorsioni di chitarre, un violino appartenente nientemeno che a Mauro Pagani, qualche campionamento, qualche percussione e addirittura un innocente carillon. Brani che magari possono apparire come delle registrazioni casalinghe ed impreparate ad un ascolto distratto, ma che sono il pane quotidiano di un uomo in 40 minuti. Minuti che sono pezzi di vita allo stesso tempo, storie che si incrociano e ne diventano tutt’una, la storia di un momento in cui questi rischiava di perdere se stesso.

Fortunatamente, ritrovandosi. Nudo e crudo. “Semper biot”. Quel puzzle è stato ricomposto. Il risultato è duro da capire, ma riesce a colpire, ascolto dopo ascolto.

Edda è tornato, e il tempo che è passato non è stato vano.

Gustavo Tagliaferri

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