Intervista a Lili Refrain

lili refrain

Lili Refrain, ovvero un’anima solitaria che suona e canta. Ma chi è davvero e perché suona?

Chi è davvero Lili Refrain? Che domandone! E’ senza dubbio una ragazza, è una performer e principalmente una musicista. Dal 2006 si dedica all’esplorazione delle possibilità contrappuntistiche ed emotive della sovrapposizione sonora e, dopo vari esperimenti, crea un progetto solista e due album. Suona principalmente una chitarra elettrica che stratifica in tempo reale utilizzando una loop station e si lascia spesso andare a vocalizzi di vario genere. E’ autodidatta e se ne vanta parecchio! Suona perché non riesce a farne a meno, tra tutte le possibilità espressive il suonare è ciò che le permette di immergersi con tutta l’anima nelle melme oscure del suo inconscio per poi ogni volta rivivere il miracolo della catarsi e della redenzione!

La tua musica sfugge alle banali classificazioni. Potrei definirla metal ma non è metal, potrei definirla ambient ma non è ambient, potei definirla con altri termini, ma non riuscirei a trovare, musicalmente, quello giusto. E se la definissimo “spirituale”?

La mia musica proviene da ambiti dove non esiste un solo sentiero o un solo tipo di emozione, di conseguenza non si limita ad un genere specifico ma prende in prestito di volta in volta tutte le possibili sfumature che in quel momento possono tradurre in modo migliore i miei sentimenti. In questo senso, è senza dubbio molto “spirituale”. A me piace definirla “SHIPPINGHEAD”. E’ un termine che proviene dal siciliano “scippatesta”, appellativo ironicamente attribuito agli effetti che procura l’ossessiva coazione a ripetere. Ciò che ricorre in tutti i miei brani è la circolarità e la ridondanza ostinata di frasi sonore sovrapposte tra loro. L’essenza dello Shippinghead è molto simile a quella di un mantra: utilizzare la ripetizione per far naufragare la mente in favore dell’emotività, riuscire a “stordire” la rigidità imposta dalla cerebralità, chiamando in causa tutte le vibrazioni dell’inconscio.

“9” è il titolo dell’album, nove sono le tracce in esso contenute e tutte iniziano per “i”, nona lettera dell’alfabeto. Nove sono anche i mesi di gestazione per il genere umano, nel cristianesimo significa miracolo, nella mitologia rappresenta le Muse, è il numero perfetto moltiplicato per se stesso. Che cosa rappresenta per te questo numero?

9 è principalmente il nome della mia chitarra, protagonista indiscussa di tutto questo lavoro. 9 sono anche le tracce che ho sovrapposto in Nine Guitars Simphony uno dei miei primissimi esperimenti di “verticalità chitarristica” grazie al quale è poi nato il mio attuale progetto solista. E’ un numero dalla valenza simbolica molto forte e in questo album ho voluto omaggiare alcuni tra i suoi aspetti, principalmente quello legato all’iniziazione.

Musicalmente parlando, quali artisti/gruppi hanno avuto una forte influenza su di te?

Le note emesse dai Beatles, Carlos Santana e dai Led Zeppelin sono state le primissime che ho ascoltato in tutta la mia vita. Sono cresciuta con loro, con la psichedelia degli anni ’70 e con i gruppi metal degli anni 80-90, primi fra tutti Metallica e Sepultura. Ho in seguito scoperto la musica classica, Stravinskij e la sua Sagra della Primavera mi hanno lasciata senza fiato per giorni, il Terzo movimento dell’Estate di Vivaldi continua ad essere il brano più sublime che abbia mai ascoltato fino ad ora sul pianeta terra, Johann Sebastian Bach e  György Ligeti i compositori che più hanno rivoluzionato il mio modo di ascoltare e fare musica.

Ho sorriso di fronte al frammento di Fra Martino contenuto nella traccia Invernalia. Quanto c’è della tua infanzia in “9”?

Molto, anzi, moltissimo. “9” è stato un ottimo pretesto per stilare un grande diario di bordo oppure è avvenuto il contrario, ancora non lo so… resta che “9” è un lavoro strettamente autobiografico, un viaggio iniziatico attraverso il quale ho ripercorso alcuni momenti della mia vita, sia passati che presenti, l’infanzia è di certo uno tra questi…

All the words have no sense”, così recita un cartello che esponi durante le tue performance. Perché cantare in onomatopeico? Preferisci che le emozioni scaturiscano solo dalla tua musica?

Più che una scrittrice sono una musicista, il mio verbo è unicamente il suono. Le emozioni che creano un brano e che un brano rievoca quando viene eseguito sarebbero intraducibili a parole. Conscia di questo immenso limite, preferisco non servirmene ed utilizzare la mia voce esclusivamente come uno strumento, lo trovo molto più efficace ed evocativo, e mi sembra anche più onesto nei confronti di chi le parole sa usarle davvero!

Dal vivo, come in studio, sei accompagnata solamente dal “fantomatico pedalino rosso” ovvero una loop station RC-2. Hai mai avvertito il bisogno di una vera band?

Più che di una band ho avvertito il bisogno di un’orchestra! In realtà mi piace molto la resa minimale di un’orchestrazione di sola chitarra e voce, con tutti i limiti che questo comporta. Fare tutto da sola mi permette di non scendere a nessun tipo di compromesso e di appagare al 100% tutte le mie necessità emotive ma è chiaro che, se avessi la possibilità di farlo, non esiterei ad ampliare le possibilità timbriche e dinamiche di questo progetto…ma ripeto, lo farei solo se avessi a disposizione un’orchestra!

“9” è avvolto in un bellissimo packaging edito solamente in trecentotrentatre copie (guarda caso, la somma è nove). Secondo te, i vari supporti fisici, che fine faranno?

Per il momento stanno facendo sold out e non posso che esserne immensamente felice! L’edizione limitata a 333 copie è terminata nel giro di cinque mesi dalla loro pubblicazione, sono rimaste poche copie della  normal edition , priva di cartonato e non numerata,  e probabilmente a settembre uscirà il vinile con Trips Und Traume assieme ad una seconda ristampa di “9”.

Un gruppo o un artista con cui ti piacerebbe collaborare?

Mi piacerebbe molto collaborare con Meredith Monk, artista poliedrica verso la quale nutro una stima assoluta, o con Peter Greenaway, regista che adoro per le sue capacità “barocche”!

L’intervista è finita, lascio a te le ultime parole.

Cartello  bianco con punto esclamativo nero!

Foto di Paolo Schiavoni

Marco Gargiulo

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